Analisi della parabola del Padre Buono: (2parte)

Dopo aver analizzato QUI la prima parte della parabola del Padre Buono. continuiamo la nostra riflessione:

Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
parabola padre buono
Uno sguardo sempre rivolto all’orizzonte, due braccia eternamente aperte all’incontro. L’attesa di un ritorno. È il perenne atteggiamento di Dio: che i suoi figli ritornino a casa. Gli occhi del padre che scrutano l’orizzonte sono alla ricerca di ciò che era perduto; lo sguardo è vigile, attento, interessato. Se da un lato Dio accetta il rischio della libertà umana, dall’altro non si arrende, non accetta di rimanere “impoverito” dalla presenza di uno solo dei suoi figlioli. Il volto paterno è perennemente rivolto verso la valle, quel crocicchio, quella piccola radura. Rivolto verso il basso, dal cielo verso la terra, verso il paese lontano. L’intensità dello sguardo è tale da vanificare le distanze, colmare le valli, livellare i monti, raggiungere il paese lontano. Lo vede, lo raggiunge. Va incontro al figlio imboccando la strada polverosa della debolezza. In Gesù il divino incontra l’umano, l’eternità i giorni che passano, l’onnipotenza la debolezza, la misericordia la miseria. Si getta al collo del figlio facendosi Figlio, bacia la fronte lambendo con le lacrime della redenzione ciò che era perduto, lasciandosi inchiodare sul legno usato per gli schiavi, i malfattori, i reietti. Il Dio che veglia, che attende, che scruta il punto dove il cielo bacia la terra, si fa figlio dell’uomo per incontrare nelle vene della storia, nei bassifondi dell’indigenza, nello squallore della solitudine il figlio perduto, il misero prodigo che alberga nel mio cuore, in ogni cuore umano.
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa.
Il padre non parla, non rimprovera, non rinfaccia. Le parole possono spesso forviare, essere fraintese, ferire. Usa la liturgia dei gesti. Un vestito, l’anello, dei sandali. La dignità perduta viene ridata, il servo, il guardiano di porci, riacquista le sembianze del figlio. Se ne era andato, aveva sperperato, aveva provato la crosta dura del pane d’altri, era rientrato in se stesso, ha ripreso la strada del ritorno. Un abbraccio, un bacio, un vestito. Capisce che il padre lo aveva atteso, lo aveva seguito, lo amava. Il mistero dell’eterno bene che avvinghia nei meandri del cuore, nelle sinuosità dell’essere i pochi brandelli di dignità rimasta portandoli alla luce, rivestendoli con gli abiti della giovinezza. Il peccato invecchia, la lontananza rinsecchisce, i soldi, le cose, la sensualità conducono nel grigiore della decadenza. Solo l’abito riporta il calore, l’anello lo splendore, i sandali la sinfonia del ritmo, della danza, del cammino. E sorge un nuovo sole, nuovi orizzonti, l’alba di una esistenza rinnovata. La profondità di un abbraccio, esperienza arcana che si rinnova nella luce tenue di un confessionale.
Lavatoio delle miserie umane, inginocchiatoio dove vengono inchiodati i miei peccati, richiamo di un altro legno dove pende un uomo, un Dio che si annienta per ridarmi la dignità perduta. Tutte le volte che mi accosto al sacramento del perdono si rinnova l’antico prodigio, il calore di un bacio. Il mio egoismo può spingermi ogni giorno lontano dalla casa del Padre, le mie mani possono contare ogni istante i quattro spiccioli del tradimento, ma se ho il coraggio di aggrapparmi al confessionale, al sacramento della Riconciliazione, al legno della croce la Parola che nessun peccato può soffocare si fa per me carne: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa.” Ecco perché ogni giorno, nonostante sia ricoperto dalle croste del peccato, prima di celebrare la Santa Messa, le mie labbra possono sussurrare: “Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat iuventutem meam. Salirò all’altare di Dio. A Dio che allieta la mia giovinezza”. Col tuo abbraccio, Padre buono, giorno dopo giorno, anno dopo anno esperimenterò per sempre l’eterna giovinezza