Ascoltate uomini che abitate nelle case di fango

Per quali vie si espande la luce, si diffonde il vento d’oriente sulla terra? Chi ha scavato canali agli acquazzoni e una strada alla nube tonante, per far piovere sopra una terra senza uomini, su un deserto dove non c’è nessuno, per dissetare regioni desolate e squallide e far germogliare erbe nella steppa? (Dal Libro di Giobbe)
giobbeDio non risponde a Giobbe con vani discorsi, giustificandosi, partendo da sillogismi che non gli appartengono perché troppo umani e razionali. Dio porta, in un lungo susseguirsi di immagini, tutta la creazione nello squallido letamaio di Giobbe, chiama le sue creature e le pone d’innanzi agli occhi piagati di chi l’aveva invocato, accusato, messo alla sbarra. Tutta la creazione geme e freme da un lato ma canta e proclama la grandezza di Dio dall’altro. Tutto l’universo è attraversato da un disegno più grande dello sguardo umano, da un respiro che va oltre i rantoli dell’agonia o del lamento di una carne putrefatta dalle piaghe. Colui che ha messo le fondamenta per le cime più alte e scavato i fondali degli oceani più profondi non si ricorda forse che dal fango siamo stati plasmati? Infatti «Egli è nella nube distesa sul solco nero. Egli è nel raggio che ferisce la nube acutissima lama tra onda che nasce e onda che muore. Egli è nel cuore della pietra e dentro la conchiglia del mare. Egli è la voce del bosco al mattino e luce che inonda le vigne e vento ondeggiante sul grano. Egli è la gioia serale nel canto azzurro di allodole nelle risa dei bimbi sul prato.
Tutto il giorno in cammino a donare gioia alle cerve, alle rondini in volo su torrenti e valli » (David Maria Turoldo).
Ascolta Giobbe, ascoltate o uomini che abitate nelle case di fango, il cammino leggero di Dio che passa sui sentieri di ogni vivente, unitevi all’applauso che i rami del bosco, baciati dal vento, innalzano al loro creatore: «O selve, battete le mani quando lo vedete passare: sandali porta di pellegrino o come ortolano vestito o con sacco di mendicante (David Maria Turoldo) ».
La creazione invita Giobbe ad alzare gli occhi verso il cielo, ad andare otre i limiti angusti di un cumolo di letame. La vita è più forte della morte, la potenza di Dio delle piaghe più profonde e purulenti. Guarda Giobbe l’ippopotamo: “si gonfi pure il fiume: egli non trema, è calmo, anche se il Giordano gli salisse fino alla bocca. Chi potrà afferrarlo per gli occhi, prenderlo con lacci e forargli le narici?” (dal Libro di Giobbe)
E’ notte per gli uomini toccati dal dolore innocente, è difficile andare oltre lo spasimo delle fistole e il puzzo di una carne putrefatta ma gli occhi di Dio penetrano le tenebre più fitte, Egli visita i giardini privi di stelle: «Nel giardino lo attende la notte alla porta sempre socchiusa. E non viene, ne si lascia toccare. Nessuno nessuno degli amori lo sazia. Al balcone mi lascia un fiore, una goccia di sangue e poi solo nella grande pianura…»