Commento al Vangelo del giorno – 11 Ottobre – In eredità la vita eterna.

Il Vangelo della domenica: Mc 10,17-27

vita eternaIn quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Commento al Vangelo di oggi:

Tutti, poveri e ricchi, desiderano le ricchezze in modo sbagliato. Gesù ci apre una visione che allarga i confini della nostra vita. Commenta san Paolo: «Non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1Tm 6,7); «Quelli che usano i beni del mondo devono pensare che passa la figura di questo mondo!» (1Cor 7,31); «A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio che ci dà tutto con abbondanza» (lTm 6,17).

“Pregai e mi fu elargita la prudenza; implorai e venne in me lo spirito della sapienza. ‘La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; ‘non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento”.

Il brano è tratto dalla parte centrale del libro della Sapienza. In esso l’autore, che con finzione letteraria diventa Salomone, il re saggio, si presenta autorevolmente come colui che implora e ottiene il dono della sa pienza. Essa infatti non è frutto di abilità o di acquisizione umana, ma può essere ricevuta solo dall’alto. Il testo rilegge la famosa preghiera di Salomone a Gabaon (cfr. 1 Re 3,6-13) in cui il giovane sovrano chiede un cuore «capace di ascoltare» (così letteralmente), cioè capace di discernere per governare rettamente. Ma per ottenere questo dono della sapienza bisogna operare alcune scelte. L’autore dice che l’ha preposta, progressivamente, a sette beni: agli scettri, ai troni, alle ricchezze, a una gemma inestimabile, alla salute, alla bellezza e alla luce. Si passa dunque da beni esterni e materiali a quelli che riguardano la vita fisica dell’uomo: anche questi, però, perfino la luce degli occhi, non sostengono il paragone con la sapienza, che è quindi da ritenersi il vero e unico bene dell’uomo. Se questo già poteva essere vero per i Giudei in diaspora nella città di Alessandria, al fine di dare loro coesione e unità mentre erano attorniati da una solida cultura ellenistica, ciò vale ancor più per noi a cui è stato svelato, in Gesù, il vero volto della sapienza di cui parla la Scrittura.