Commento al Vangelo del giorno – 19 Dicembre – Io sono Gabriele!

Commento al Vangelo di oggi:

Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: zaccaria Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elìa, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». Zaccarìa disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annuncio. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo»

Commento al Vangelo di oggi:

I protagonisti umili e commoventi dei «Vangeli dell’infanzia» danno ai racconti quel fascino e quell’aria di semplicità e di entusiasmo che conosciamo. Sono Zaccaria ed Elisabetta, genitori del Precursore, Simeone e Anna, i Magi, e soprattutto Maria e Giuseppe. Dietro di essi c’è la folla anonima a contatto con loro. Maria guida le voci di questi pii e umili di cuore che chiedono a Dio di dirigere i loro passi sulla via della pace, dell’amore e della salvezza

Zaccaria è un uomo saggio. Con sua moglie Elisabetta ha dovuto vivere con la disgrazia di non avere figli: per gli ebrei, infatti, questa veniva considerata come una vera punizione divina. È interessante notare che l’evangelista constata che “erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore”. La questione della colpa come causa delle disgrazie e malattie e, in generale, la domanda se le cose
spiacevoli che accadono siano punizioni divine – come venne più tardi domandato a Gesù – viene risolta in questo brano: non vi è colpa, infatti, nei due coniugi e neanche nei loro avi, descritti come persone di fede. Zaccaria ed Elisabetta se ne saranno verosimilmente fatti una ragione, rassegnandosi a questa loro situazione. Questa considerazione rende forse più comprensibile l’incredulità di Zaccaria. Come è difficile, infatti, abbandonare le proprie convinzioni, soprattutto se ci aiutano a non sentire il dolore! Nel momento in cui Zaccaria dovrebbe essere pieno di gioia, perché il Signore gli manda a dire che la sua situazione cambierà, lui dubita. Dovrebbe accettare in primo luogo che era Dio colui che, fino ad allora, non gli aveva dato un figlio. Solo un atteggiamento di realismo gli avrebbe offerto l’opportunità di accettare con gioia la salvezza che gli veniva offerta. Ma allora cosa avrebbe dovuto pensare o, peggio ancora, cosa avrebbe dovuto dire di Dio? Avrebbe dovuto cantare le lodi ad un Dio che lo aveva lasciato senza un figlio per tanti anni? Non ci riesce. È muto. A volte, il nostro modo di farci una ragione dei dolori che ci capitano non è affatto positiva. Anzi. L’unica strada sembra quella di accettare e sopportare il dolore chiedendo a Dio di attenuarlo, di liberarcene. Fuggire la croce significa non riconoscere neanche la salvezza quando ci viene offerta. Zaccaria ce ne è testimone. Elisabetta, invece, ha accettato e può liberamente porre dinnanzi a Dio la sua tragedia che finalmente ha trovato un finale così lieto: “Ecco cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini”.