Commento al Vangelo del giorno – 5 agosto – Le due pietre

Venerdì 5 agosto:    Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».

 

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E’ un Vangelo contro l’abbaglio. Esso accade quando il cuore rimane frastornato, la mente subisce il fascino e il richiamo di una luce vicina, e non riesce più a vedere la strada, la vita comincia a desistere dalla meta e a piegarsi verso un nuovo e più immediato obiettivo. La luce del Signore è posta nella profondità della vita e all’oriz­zonte della strada: è la luce della fede, delle promesse, è la luce della risurrezione. Poi ci sono le luci che contornano il viaggio: le luci di chi per­corre la tua stessa strada, le luci della regione che tu attraversi, le luci di chi viaggia in senso contrario: sono questi ultimi gli ab­bagli più pericolosi. Perché essi vanno là da dove tu ti allontani, portano il fascino sottile del ricordo, il rimpianto di ciò che hai lasciato, il profumo evocativo delle cipolle d’Egitto e da qui nasce l’abbaglio.

Non è solo una seduzione personale, è anche un rischio per la Chiesa quando, nella durezza e nella difficoltà della strada, sente spuntarsi dentro il richiamo a tornare indietro, o rituffarsi nei mari conosciuti della ripetizione, della conservazione, del “si è sempre fatto così” scelto come criterio di vita. Allora nasce la spinta a co­struire comunità “introverse”, che pensano ossessivamente alla pro­pria perpetuazione, alla salvezza di se stesse. Perdono di vista il loro essere per il mondo, e giocano soprattutto in difesa, pensano di essere parallele all’ambiente umano in cui vivono, anziché ren­dersi come il seme gettato nel campo, come la rete buttata in mare che raccoglie ogni genere di pesci.

È la Chiesa degli impauriti, dei diffidenti, è la Chiesa prima della Pentecoste «chiusa nel cenacolo per paura dei Giudei». II Signore, nel Vangelo di oggi, ci chiede di fissare lo sguardo su ciò che, più di tutto, vale e conta: la vita. Allo scopo di salvarla vale la pena fare ogni rinuncia. E non si tratta della vita biologica, ma di quella dell’anima: la vita come salvezza definitiva della per­sona. La strada per raggiungerla è quella di Gesù e passa dalla sua croce, cioè dal dono della vita, dalla scelta di un’esistenza per­sonale ed ecclesiale che si pone sotto il segno del servizio e dello spendersi in gesti concreti, per amore del Padre e dei fratelli. Allora il messaggio è chiaro: Gesù è la vita, la nostra vita; chi perde Lui, perde tutto anche se salva il resto; chi salva Lui, salva tutto anche se perde il resto!

Sembra sempre molto complicato stare dietro a Gesù e provare a fare il discepolo. Ogni volta ti viene chiesto di rinunciare a qualcosa, di prendere la croce, di non pensare molto a te stesso. Tu, noi, siamo abituati invece a non lasciare nulla, a cercare vie facili, a non incrociare mai le sofferenze. Basta scegliere di amare qualcuno e il resto verrà da sé