Cosa significa Vivere da risorti?

Cosa significa per noi vivere la Pasqua? Com’è possibile far riecheggiare nelle nostre giornate il lieto annuncio del primo giorno dopo il Sabato:
“Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, ma è risuscitato.”

vivere da risorti
Il credente non attende la risurrezione, ma vive da risorto; non pensa che la risurrezione sia solo un evento escatologico, cioè un fatto che avverrà dopo la morte, ma crede nell’effettiva possibilità che il passaggio finale cambi il presente, l’oggi, l’ora che sta vivendo. Si tratta di trasformare l’istante nell’ultimo atto, nell’ultimo gesto che compirò. Una carezza come se fosse l’ultima carezza, un bacio come se fosse il sigillo finale di un atto d’amore che va oltre il tiepido sole primaverile o la lieve brezza di un’afosa notte estiva. Il cristiano che vive oggi, non domani; il Cristo Risorto trasfigura il presente, rende limpido, bianchissimo, trasparente l’attimo fuggente, l’istante che scorre nelle sue mani come un grano del santo Rosario. «Se siamo veramente radicati nel Risorto, in noi il mondo e la storia cominciano a passare nell’eternità» (Atenagora) Il Risorto trasfigura la nostra storia, inizia, se glielo permettiamo, un dinamismo che trasforma l’opacità della materia in un frammento di luce, l’effimero in un brandello d’eternità. In Cristo, il Risorto, l’uomo diventa il vivente, colui che misteriosamente ègià oltre i limiti del tempo, in una sorta di “terra di mezzo” dove la finitudine, il limite, la fragilità, le mancanze, lo stesso peccato cominciano ad uscire dal sepolcro, iniziano, tramite il tocco della Grazia Divina, a diventare l’aurora della sua resurrezione. Oltre il tempo e la storia perché tutto viene trasfigurato, tutto: tutto quello che amiamo, ogni gesto di bontà, tutto quello che creiamo, ogni istante d’amore, tutta la bellezza che c’è in noi vengono posti nel grande forziere di Dio, avranno posto nel Regno in cui il sole non conosce tramonto. Ma tutto ha un prezzo, un suo fardello: l’uomo trasfigurato vive in una sorta, per dirla come il grande patriarca Atenagora, di “gioia tragica”; infatti «il Risuscitato serba nelle sue membra la traccia dei chiodi, nel costato la fenditura della lancia …. Anche l’umanità risuscitata porterà l’impronta delle sue sofferenze, dei suoi combattimenti ».

don Luciano Vitton Mea