Commento al salmo 129: Dal profondo a te grido Signore.

Dal profondo a te grido, o Signore; *
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti *
alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore, *
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono, *
perciò avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore, *
l’anima mia spera nella sua parola.
L’anima mia attende il Signore *
più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore, *
perché presso il Signore è la misericordia,
grande è presso di lui la redenzione; *
egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

 

Introduzione

Questo è uno dei Salmi più celebri e amati dalla tradizione cristiana: il De profundis, così chiamato dal suo avvio nella versione latina. E’ la preghiera che i nostri anziani conoscevano a memoria e che recitavano quando andavano a rendere l’estremo saluto nella casa di un defunto, davanti alle lapidi dove le spoglie mortali ritornano alla terra, diventano polvere; era la preghiera della sera per ricordare e raccomandare alla misericordia di Dio le anime care di coloro che ci precedono. Quante volte abbiamo sentito dire: “Recitiamo un De profundis per i nostri cari defunti!” Oggi, come quasi tutte le preghiere, il Salmo 129 non è più impresso nella memoria, non affiora spontaneo sulle labbra, non viene recitato nella preghiera serale, o dopo il Santo Rosario, attorno alle braci fumanti del caminetto. Ciò non toglie che questo Salmo faccia parte di noi, che dovremmo riscoprirlo, sussurrarlo quando passiamo davanti ad un cimitero o quando scende la sera.

Ma sarebbe inesatto ridurre questa stupenda preghiera ad una orazione funebre; in realtà il Salmo 129 fa parte dei sette salmi penitenziali, esprime una richiesta di perdono, è la preghiera di chi si riconosce peccatore e bisognoso di misericordia, è, meglio dire, un inno alla misericordia dell’Altissimo. Ma fa bene recitarla davanti ad una tomba, dedicarlo a coloro che giacciono sotto la madre terra in attesa dell’ultimo giorno perché ci ricorda che il peccato è la morte dell’anima, la tomba della Grazia.

Dal profondo a te grido Signore.

Non c’è notte buia e senza stelle o abisso profondo e tetro che non permetta all’uomo di innalzare il suo pianto, un grido d’aiuto: “Signore accosta le tue orecchie amorose alla mia voce che ti implora”. Si, non c’è notte da Innominato o selva oscura, aspra e selvaggia che non possa essere illuminata da una presenza, dai passi del pastore eterno che va in cerca della pecorella smarrita.

Il Salmo 129 è l’accorata invocazione dell’uomo caduto nel peccato, lontano da Dio, perso sulle tante strade che conducono in un paese dove si sperpera un patrimonio di bene e si sporca la bellezza delle proprie origini, l’effige del Creatore, la Grazia che lo rende di “poco inferiore agli Angeli”.

È una richiesta di perdono, una resa incondizionata alla misericordia di Colui che scruta gli anfratti più reconditi dell’animo umano, che conosce i segreti sepolti nel “pelago periglioso” delle nostre iniquità.

Un abbandono incondizionato che cede il passo alla speranza: «perché anche il disperato spera; anche il suicida spera. Pure la morte spera; e può essa stessa comporsi in un estremo De profundis. Anche il fiotto del sangue è un inaudito gemito. Anche chi grida a te da luoghi troppo profondi e ti dice di non ascoltar la tua voce, ti prega. E pure chi ti maledice, Dio, a suo modo ti innalza il suo De profundis assurdo. E, presente o assente che tu sia, sempre incombi dall’altro polo dell’abisso: ora muto come una lapide; ora tenero come una madre, gioioso di sentire pietà. Tu pure commosso e avvilito per questo infinito dolore del mondo; commosso per le tante vite infelici, colpevoli o innocenti che siano» (David Maria Turoldo) .

Il Salmo 129 è un’incalzante richiesta di ascolto, di attesa e di redenzione. E’ l’uomo che nella solitudine e nell’isolamento chiede di essere salvato, aspetta, come la sentinella il mattino, la luce del sole, i primi bagliori di un nuovo giorno.

Ma come invocare il Signore tra le tetre boscaglie del peccato e del male, tra le tenebre dell’abisso? Come gridare quando le parole diventano nodo, quando non riescono ad arrivare sulle labbra, quando la nostra voce è un cembalo stonato, una supplica inarticolata e priva di significato? Ce lo suggerisce Dante nei primi versi del suo capolavoro: bisogna alzare il capo, guardare in alto; guai fissare la terra, il fondo del “barile”. Solo chi mantiene lo sguardo fisso verso la vetta può innalzare dalla valle oscura e tetra il canto del pentimento e ricevere dalla Misericordia la rugiada del perdono.

don Luciano Vitton Mea