Dio non centra!

Dopo aver analizzato una prima volta il “Libro di Giobbe” qui, continuiamo oggi con la nostra riflessione:

sofferenzaDio non c’entra; Dio non vuole la sofferenza degli uomini; Dio non vuole la morte. Il nostro è il Dio della vita! Io mi arrabbio quando sento coinvolgere Dio: «Ti manda il cancro…». Ma è impossibile! «Sia fatta la volontà di Dio»… Ma Dio non vuole il cancro, assolutamente! Vuole che io sia sano e viva! Non vuole la morte, vuole la vita! David Maria Turoldo Giobbe non processa un Dio generico, sa perfettamente che “il Signore ha in mano l’anima di ogni vivente e il respiro di ogni essere umano” (Giobbe 12,10). Quello che finisce dietro la sbarra degli imputati è un’immagine di Dio, il Dio di Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita. I tre amici conoscono Giobbe e sanno che egli “ha istruito molti e a mani fiacche ha ridato vigore; le sue parole hanno sorretto chi vacillava e le ginocchia che si piegavano ha rafforzato”. Ma di fronte all’uomo Giobbe, alle sue lacrime e alle sue piaghe si straccino le vesti; hanno le idee chiare, risposte certe, preconfezionate: “se ti trovi seduto su un cumolo di letame è perché tu o i tuoi figli avete peccato: riconoscilo, ammettilo, confessa e sarai perdonato”. Giobbe reagisce e non accetta un Dio così; non accetta che gli innocenti paghino le colpe dei padri, esce dalla ferrea logica “retributiva” che interpretava le disgrazie e le malattie come una conseguenza del peccato, il castigo di un Dio che ristabilisce la giustizia riempiendo di pustole ripugnanti il corpo dell’empio. Giobbe mette Dio stesso con le spalle al muro, esige una Parola chiara: se il suo vero volto è quello del Dio di Elifaz, Bildad, e Zofar, ebbene, non sarà più il suo Dio. Se un uomo nasce cieco, divorato da un morbo o inchiodato sul legno di due grucce per risarcire le colpe dei genitori, meglio un aborto, esser mai nati: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!». Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall’alto, né brilli mai su di esso la luce. Lo rivendichi tenebra e morte, gli si stenda sopra una nube e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno! Quel giorno lo possieda il buio non si aggiunga ai giorni dell’anno, non entri nel conto dei mesi. Ecco, quella notte sia lugubre e non entri giubilo in essa. La maledicano quelli che imprecano al giorno, che sono pronti a evocare Leviatan. Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, speri la luce e non venga; non veda schiudersi le palpebre dell’aurora, poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno, e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!”
libro di giobbeGiobbe ha una grande intuizione: le sofferenze, le malattie e i lutti visitano tutti gli uomini, i giusti e gli ingiusti, i buoni e i cattivi. La sofferenza è un sudario cosmico, avvolge l’intera umanità; non è patrimonio degli reietti ma di ogni uomo. Un morbo o un cancro non sono un castigo di Dio ma si insinuano nella nostra caducità; colpiscono indistintamente ricchi e poveri, credenti e atei, pii e bestemmiatori. Una prospettiva troppo moderna per gli amici di Giobbe, per gli integralisti di ieri e di oggi. Infatti dopo Elifaz sale in cattedra Bildad il Sunchita: “Fino a quando dirai queste cose e vento impetuoso saranno le parole della tua bocca? Può forse Dio deviare il diritto o l’Onnipotente sovvertire la giustizia? Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui, li ha messi in balìa della loro iniquità. Se tu cercherai Dio e implorerai l’Onnipotente, se puro e integro tu sei, fin d’ora veglierà su di te e ristabilirà la dimora della tua giustizia …” Cambia il maestro, ma non la musica …