Il Santo del giorno – 01 Luglio – San Atilano Cruz Alvarado

San Atilano Cruz AlvaradoIl “prete ragazzino”: così Atilano Cruz Alvarado è stato consegnato al martirologio della Chiesa messicana, quasi a ricordare con i suoi lineamenti giovanili, se mai ce ne fosse bisogno, che un autentico ministro di Dio non si misura con gli anni di ministero né tantomeno con quelli di vita, ma unicamente dall’intensità con cui è capace di vivere il proprio sacerdozio anche fino alle estreme conseguenze. Nasce il 5 ottobre 1901, in una famiglia profondamente cristiana ma autenticamente povera, e che proprio per questo fatica non poco ad accettare la sua vocazione, che si manifesta prestissimo. Ed è soltanto dopo molte insistenze che nel 1914 riesce a convincere papà a lasciarlo andare in collegio per imparare a leggere e a scrivere e nel 1917 può entrare così nel “piccolo seminario” che il suo parroco ha aperto in parrocchia. Vi resta tre anni, per proseguire poi gli studi nel seminario di Guadalajara, dove riceve gli “ordini minori”. Il 1924, però, non è soltanto l’anno di questi suoi importanti passi verso il sacerdozio, ma soprattutto l’inizio di un periodo di autentica passione per i cristiani messicani. Nel solo mese di dicembre il seminario viene perquisito due volte e chiuso con sigilli, i seminaristi vengono dispersi e attorno a loro c’è un clima che impedisce loro di proseguire la preparazione. E’ per questo che i superiori decidono in fretta e furia di trasferirli a piccoli gruppi in luoghi sicuri, facendoli partire senza bagagli e alla spicciolata per non dare nell’occhio. Il gruppo dei “teologi” di cui fa parte Atilano si trasferisce in un luogo isolato, protetto da una fitta vegetazione: qui proseguono la loro preparazione e qui lui viene ordinato diacono il 17 luglio 1927 e sacerdote appena sette giorni dopo. E’ perfettamente cosciente che, quello, da un punto di vista puramente umano, è il periodo meno adatto e più rischioso per voler essere prete. La rigida applicazione della nuova Costituzione, approvata dieci anni prima, vieta, ad esempio, di celebrare fuori dai luoghi di culto, di portare l’abito talare in pubblico, di indossare medagliette con figure sacre, di conservare o distribuire santini religiosi, di suonare le campane. Atilano, scrivendo alla sorella poco prima dell’ordinazione, confida di sapere perfettamente che, soprattutto in quei giorni, essere prete significa “lasciarsi associare alla passione di Gesù”, ma le chiede anche di avere fiducia, sapendo che “come per Gesù il suo dolore si cambierà presto in gioia”. Il 6 agosto torna tra i suoi, a Teocaltiche, per celebrare la sua prima messa con le precauzione e le limitazioni che la delicata situazione politica impone. Pochi giorni di riposo tra le mura di casa e poi subito il suo primo incarico come viceparroco a Cuquío, per prendere il posto di Padre Toribio Romo, destinato ad altro incarico (che sarà martirizzato sei mesi dopo e che adesso noi veneriamo come santo). A Cuquío è parroco Padre Justino Orona, altro sacerdote santo, di grande prudenza ed intensa vita spirituale. E’ lui ad accompagnarlo nei primi passi del ministero, a spianargli le prime difficoltà, ad insegnargli ciò che prima di tutto va ripetendo a se stesso come un ritornello, che cioè, malgrado i pericoli, “i parrocchiani non devono essere abbandonati e che in mezzo a loro bisogna restare, o da vivo o da morto”. Quando poi vivere in canonica diventa davvero impossibile e troppo rischioso, si fanno entrambi pellegrini da un “rancho” all’altro, invitati e nascosti dai loro stessi parrocchiani, che per tutto questo sanno di mettere in gioco la loro stessa vita e, malgrado ciò , li proteggono, organizzando messe clandestine nei granai e la celebrazione notturna dei sacramenti. Padre Atilano, anche se giovanissimo, si cala perfettamente nel ruolo di “prete clandestino”, vestendo come i campesinos e indossando un sombrero a larga tesa per passare inosservato da un rancho all’altro dove il suo parroco lo indirizza. Malgrado la differenza di età, tra i due si è stabilita una profonda intesa spirituale e una grande collaborazione. Il parroco vuole rendere partecipe il suo giovane collaboratore dei suoi piani pastorali ed è per questo che a fine giugno 1928 lo manda a chiamare per farlo venire in tutta fretta nel rancho “Las Cruces”, nella casa ospitale della famiglia Jiménez dove ha anche dato appuntamento a suo fratello e ad un altro fidato collaboratore laico, per quello che noi chiameremmo oggi un incontro di programmazione pastorale. Padre Atilano si mette subito in viaggio e arriva dal suo parroco la sera del 30 giugno: il tempo per recitare insieme il rosario, mangiare un boccone e raccontarsi qualcosa prima di dormire. Non sanno che una spia ha già denunciato la loro presenza in quella casa e i federali sono sulle loro tracce: verso le due di notte l’abitazione è completamente circondata e qualcuno bussa energicamente alla porta. E’ Padre Justino a venire ad aprire, salutando i suoi assassini con il tradizionale “Viva Cristo Re” e ricevendo per tutta risposta una scarica di pallottole che lo freddano sull’uscio di casa. Stesso trattamento per suo fratello e per Padre Atilano, che viene trovato inginocchiato ai piedi del letto. Poi i tre cadaveri sono trasportati in piazza ed esposti davanti alla chiesa in mezzo alle volgarità e alle oscenità dei militari. Il macabro rituale dovrebbe servire come monito per la popolazione, ma ne nasce un tafferuglio, perché i parrocchiani vogliono riprendersi i corpi dei loro preti e qualcuno per questo finisce anche in carcere. Ci riescono solo a tarda sera, dando loro sepoltura quando è buio, ma tutti sono convinti che Padre Justino e Padre Atilano avevano la solpa di essere preti, come tali sono stati uccisi in odio alla fede e al loro ministero e pertanto, come veri martiri, Giovanni Paolo II li ha beatificati nel 1992 e canonizzati nel 2000.