Il Santo del giorno – 17 Luglio – Santa Marcellina

Santa Marcellina era sorella di sant’Ambrogio di Milano e di san Satiro, che del primo fu fedele collaboratore nel ministero episcopale. I dati storici sulla sua figura sono desunti dalle menzioni che di lei fa Ambrogio nelle sue lettere e, anzitutto, nella sua prima opera letteraria, il trattato «De virginibus» (“Le vergini”).
Il luogo e l’anno della nascita di Marcellina sono incerti: potrebbe essere nata a Treviri, dove il padre Aurelio Ambrogio aveva un incarico presso la prefettura delle Gallie dell’impero romano, o a Roma, dove la famiglia aveva vissuto in precedenza e dove tornò ad abitare in un secondo tempo. Sicuramente era la maggiore dei tre fratelli, quindi è venuta alla luce prima del 334, data in cui si ritiene comunemente sia nato Ambrogio. Il biografo Paolino nella «Vita Ambrosii» attesta che lei fu testimone, insieme ai genitori, di un singolare prodigio: nella bocca del neonato andavano a posarsi delle api, che lo nutrivano col loro miele senza pungerlo. Al cessare dell’incarico del padre, fece ritorno a Roma col resto della famiglia.
santa marcellinaL’evento più importante della sua vita è raccontato da Ambrogio all’inizio del libro III del già citato «De virginibus»: «Nel Natale del Salvatore presso l’apostolo Pietro suggellavi la professione della verginità anche con il mutamento della veste – e quale giorno migliore di quello nel quale la Vergine fu arricchita della prole? – alla presenza anche di moltissime fanciulle di Dio che facevano a gara a vicenda per esserti compagna».
Anche in questo caso, la datazione oscilla, non solo per quanto riguarda l’anno: doveva essere tra il 352 e il 354, o il 25 dicembre o il 6 gennaio. Il dubbio sul giorno è originato dal fatto che non c’è certezza se all’epoca fosse già stata adottata, come data del Natale, quella che oggi è festeggiata in Occidente o quella in uso tra i cristiani d’Oriente. Di certo c’è il luogo, la basilica costantiniana di San Pietro, una delle prime chiese edificate dopo l’editto di Costantino del 313, e la presenza di papa Liberio, che Ambrogio e famiglia conoscevano perché frequentava la loro abitazione.
Lo studioso Raymond D’Izarny afferma che, contrariamente a quanto si pensa, è poco sicuro che Marcellina abbia effettivamente preso il velo: nel testo non si fa menzione tanto di questo (citato invece in altre opere ambrosiane sulla verginità consacrata), quanto del cambio d’abito. Nel latino classico, “mutare vestem” significava prendere il lutto, indossare abiti di colore scuro come quelli dei poveri. Inoltre, l’usanza della velazione delle vergini pare essere stata importata dall’Africa da san Zeno, vescovo di Verona, che di lì era originario. Comunque sia, l’episodio della velazione ha avuto una certa fortuna in campo iconografico.
La nuova vita della vergine si svolse quindi a Roma e, in seguito all’elezione episcopale del fratello minore, a Milano. Il suo genere di vita non doveva essere dissimile da quello che il vescovo milanese descrisse nel «De virginibus» a proposito delle consacrate di Bologna, che trascorrevano il tempo nella preghiera e procurandosi il vitto con le proprie mani, in modo da poter distribuire il superfluo ai poveri. Più che a quello delle suore di oggi, questo stile appare più vicino a quello delle aderenti agli istituti secolari o delle consacrate dell’“Ordovirginum”.
Nella sua prima opera, Ambrogio si protrae in un’appassionata difesa della verginità consacrata cristiana, contrapposta a quella, temporanea e poco fruttuosa, delle Vestali romane. A chi lo rimprovera di tessere continuamente le lodi delle vergini, risponde che è anche grazie a loro se lui, vescovo e veramente cristiano da poco più di tre anni, ha imparato la fede. Per questo ha dedicato loro quel trattato, interamente percorso da esempi di vita verginale, a partire da quello della Madonna fino a quello della vergine Sotere, martire sotto Diocleziano e sua parente.
Lo spunto per alcuni paragrafi sembra arrivargli proprio da Marcellina, per tre volte chiamata “sancta soror”: ad esempio, risponde a una sua domanda circa la scelta di quelle donne che, per conservarsi integre e scampare ai persecutori, si sono suicidate gettandosi da un palazzo o annegando in un fiume.
Un anno dopo la composizione del trattato, Ambrogio e Marcellina persero il fratello Satiro per malattia. Nei due discorsi «De excessufratris» (“Per la dipartita del fratello”), il vescovo mette in luce come lei abbia trovato conforto in ciò che già animava la sua esistenza: preghiere, digiuni – che, non limitandosi ai giorni prestabiliti, lo preoccupavano particolarmente – e la meditazione della Parola di Dio, lasciandosi andare alle lacrime solo quando nessuno poteva interromperla.
Satiro per lei non era solo un fratello, ma un difensore tangibile della sua verginità, quasi a ricambiare il compito di mediatrice che lei spesso svolgeva, quando sorgevano contrasti familiari.
Marcellina è inoltre scelta come interlocutrice privilegiata in tre punti dell’epistolario ambrosiano, a cominciare dall’epistola 76 del decimo libro, in cui il fratello l’aggiorna sull’andamento del conflitto con l’imperatrice Giustina, circa l’attribuzione di una basilica al culto degli ariani, e da cui si deduce la sua preoccupazione per l’andamento della Chiesa milanese.
Nell’epistola 77, invece, le dà una notizia che lo ha rallegrato non poco: il ritrovamento dei corpi dei martiri Gervaso e Protaso. Quel brano è utile anche per un indizio che ha portato a dedurre che all’epoca lei vivesse non molto lontano dal fratello, a Milano o in un luogo più adatto a condurre una vita appartata.
Fu anche sua consigliera per dirimere il caso della vergine Indicia, accusata di infanticidio e da lei ritenuta irreprensibile per averla ospitata nella propria casa romana.
Ambrogio morì nel 397, mentre la sorella gli sopravvisse di poco, nell’ordine di mesi o anche anni, sicuramente sotto l’episcopato di san Simpliciano, suo immediato successore. Un epitaffio metrico, attribuito a Simpliciano stesso, fissa il giorno della morte “alla metà di luglio”. La sua memoria liturgica, infatti, è stata fissata al 17 luglio.
Il suo corpo venne sepolto nella basilica che oggi porta il nome di sant’Ambrogio, non molto lontano dalle spoglie dei suoi cari fratelli. Nel 1607 il cardinal Federico Borromeo chiese ufficialmente che venisse traslato dalla cripta, bisognosa di rifacimento, in un luogo più degno. Dopo un passaggio nella sacrestia della basilica ad opera del cardinal Benedetto Erba Odescalchi, nel 1722, venne infine sistemato, nel 1812, nella terza cappella della navata destra della basilica, precedentemente dedicata a santa Caterina.
Da lì ogni anno, il 2 febbraio, comincia la Messa nella festa della Presentazione del Signore, presieduta dall’arcivescovo di Milano in occasione della Giornata mondiale per la Vita Consacrata, con la benedizione delle candele e la processione. Appare quasi un ringraziamento a Dio per aver donato un simile esempio alla Chiesa che di Ambrogio porta il nome. Al primo compito di Marcellina come educatrice dei suoi fratelli minori si è inoltre ispirato monsignor Luigi Biraghi (Beato dal 2006) fondando nel 1838, con madre Marina Videmari, l’Istituto delle Suore di Santa Marcellina