Il Santo del giorno: 20 Dicembre – Beato Vincenzo Romano

beato-vincenzo-romanoVincenzo Romano nacque il 3 giugno 1751 a Torre del Greco, città marinara al centro del Golfo di Napoli. I genitori, Nicola Romano e Grazia Rivieccio, di famiglia modesta, abitavano a Via Piscopia, in uno dei rioni più popolosi e vivaci della città.
Trascorse i primi anni della sua vita in un clima familiare assai religioso. Dopo aver superato difficili prove, a causa dell’elevato numero dei seminaristi e del clero locale, all’età di 14 anni fu ammesso al Seminario diocesano di Napoli, dove poté giovarsi della guida di uomini di cultura e di santità, dei consigli di Mariano Arciero, suo padre spirituale, e degli insegnamenti di Sant’Alfonso Maria de Liguori.
Ordinato sacerdote il 10 giugno 1775, si dedicò con zelo e amore alla celebrazione dei sacramenti, all’attività catechistica, all’assistenza dei poveri, degli ammalati e dei tanti marinai torresi che battevano i mari per lavoro, tanto da meritarsi l’appellativo di “celebre faticatore” e “operaio instancabile”.
Dal 1796 al 1831 resse, prima come economo curato e poi (dal 1799) come preposito, la Parrocchia di Santa Croce, che comprendeva allora l’intera città di Torre del Greco, la più popolata del territorio di Napoli.
La terribile eruzione del Vesuvio del 15 giugno 1794, che distrusse quasi completamente la città e la chiesa parrocchiale, mise in luce la sua fibra apostolica. Egli si dedicò subito alla difficile opera di ricostruzione materiale e spirituale della città e della chiesa, che volle riedificare più grande e più maestosa.
Morì il 20 dicembre 1831 dopo una lunga e penosa malattia, lasciando ai suoi sacerdoti come testamento spirituale l’impegno a vivere la carità fraterna.
Leone XIII, il 25 marzo 1895 dichiarava eroiche le virtù di Vincenzo Romano e Paolo VI, il 17 novembre 1963 lo proclamava Beato, additandolo al clero e specialmente ai parroci quale modello di vita apostolica.
Il suo corpo riposa nella Basilica Pontificia di Santa Croce, dove, l’11 novembre 1990 si è recato a venerarlo Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale alla Chiesa di Napoli.
La data di culto per la Chiesa universale è il 20 dicembre, mentre a Napoli e a Torre del Greco viene ricordato il 29 novembre.

Il ministero della Parola

Vincenzo Romano, pur essendo vissuto due secoli fa, ha ancora da insegnarci qualcosa di attuale e universale. Lo si può considerare un originale anticipatore di non poche intuizioni pastorali che avrebbero preso piede nella Chiesa del nostro tempo. Nel contesto di Torre del Greco, che non lascia quasi mai nel corso della vita, il egli progetta linee pastorali di azione con un raggio di estensione universale, che hanno le loro punte più avanzate nel “ministero della Parola” e nel “Vangelo della carità”.
Tra tutti i ministeri, quello che Vincenzo Romano considera prioritario è l’annuncio della parola di Dio, sul cui versante mette in atto sia le sue doti di scrittore (si conservano opuscoli catechistici e moltissimi testi di prediche) che di predicatore.
Predica ogni giorno alla sua gente e la domenica ben cinque volte. Il nipote, don Felice Romano, attesta che la sua continua predicazione «non arrecava tedio al popolo, perché sempre con piacere accorreva per sentire la voce del proprio pastore, il cui predicare era semplice, scritturale, patristico, pieno di sodi argomenti, senza apparato di gonfie parole, inutili, offensive, ma dirette ad istruire, a convertire i cuori».
Alla ricerca di strategie efficaci per l’evangelizzazione della gente, egli introduce anche a Torre la cosiddetta “sciabica”: un metodo pastorale missionario, che consisteva nello girare per le piazze e i crocicchi nei giorni festivi, col Crocifisso in mano, per proporre brevi prediche alle persone che raccoglieva e successivamente conduceva in una chiesa, in modo da completare l’opera iniziata per strada.
Dalla Parola alla liturgia. Vincenzo Romano si preoccupa che ai sacramenti si acceda con la dovuta preparazione e perché ci sia una partecipazione attiva alla celebrazione dell’Eucaristia, per la quale egli scrive il Modo pratico di ascoltare con frutto la S. Messa.
Con l’Eucaristia, Maria. Egli si impegna a fondo per introdurre la preghiera comunitaria del Rosario ogni sera. L’opuscolo che al riguardo stende per il popolo gli è particolarmente caro.
Ma tutta la sua vita è segnata dalla presenza della Vergine Immacolata, come punto costante di riferimento, di ispirazione e di speranza.

Il Vangelo della carità

Ciò che colpisce nell’infaticabile parroco torrese è l’apertura ai problemi umani e materiali della gente, di cui condivide gioie, dolori e speranze. Al di là della carità spicciola, infatti, Vincenzo Romano dimostra di essere un apostolo della carità sociale.
Egli si dedica all’educazione dei fanciulli e dei giovani nella sua casa, dove gratuitamente tiene lezioni per i vari ordini di scuola. Si impegna per la giusta composizione delle questioni economiche e sociali esistenti tra gli armatori delle coralline e i marinai che affrontano la fatica e i rischi della pesca, nonché tra i “cambisti” e gli armatori. Si interessa per riscattare i torresi caduti in schiavitù dei corsari barbareschi. Gira con infaticabile zelo, per «sorprendere i delinquenti», per distruggere addirittura i luoghi in cui la delinquenza comune e organizzata poteva attecchire per raduni e loschi affari.
Non abbandona mai il gregge durante gli scompigli politici, né durante le eruzioni del Vesuvio o le azioni carbonare. In questo senso egli è un uomo sempre sulla strada delle persone da salvare, che incontra dovunque, sulle pubbliche piazze, per le strade, le vaste campagne, la Marina, le case.
Così Vincenzo Romano è salito alla gloria degli altari, facendo il pastore della Parrocchia di Santa Croce per 35 anni e “struggendosi”, come egli diceva, per il popolo a lui affidato. E se i suoi contemporanei lo chiamavano già “il santo”, ciò avveniva non solo per la sua eccelsa dottrina, e neppure per i fatti straordinari o miracolosi a lui ascritti, bensì perché egli era, per essi, un segno di salvezza, era l’amore di Dio e dei fratelli che si manifestava come costante della sua vita e della sua azione.
Per questa sua amorosa sollecitudine, egli deve considerarsi anche modello di carità pastorale per i sacerdoti, in modo particolare per tutti i parroci desiderosi di vivere il loro ministero nell’ascolto della Parola che salva, nella fede dell’Eucaristia che santifica, nella sensibilità dell’amore che libera.