Il Santo del giorno – 7 febbraio – Beato Antonio da Stroncone

Beato Antonio da StronconeNarra Ludovico Jacobilli: « La Patria del B. Antonio fù Stroncone, Terra della Provincia dell’Umbria sotto la Diocesi di Narni; il Padre di lui si chiamò Lodovico della famiglia Vici, e la Madre Isabella ; ambedue timorati da Dio. Fù il B. Antonio da loro allevato in molta Christiana pietà; e fino negli teneri anni cominciò a dar segni di quello che doveva essere: poiché macerava il corpo suo con li digiuni, vigilie, e astinenze; e s’essercitava nell’orationi, e opere virtuose. Pervenuto all’età di dodici anni, fù inspirato da Dio a farsi Religioso de’ frati Minori osservanti de’ Zoccolanti; e andato dal Padre Guardiano del Convento de’ Zoccolanti della sua Patria, lo pregò a riceverlo nell’Ordine. Il Guardiano, laudò la sua buona volontà, e l’essortò a caminare per la strada dell’osservanza de’ Divini precetti: ma vedendolo tanto giovanetto, non volse dargli l’habito, ma l’essaminò, e l’esperimentò più volte con molta prudenza; e trovando esser vera la sua vocazione, lo vestì del sacro abito. Havendo il Beato fatta professione in detto Convento della sua patria; e intesa la fama della santità del B. Giovanni da Stroncone suo Compatriota, e primo Vicario del B. Paolo Trinci da Foligno, Institutore di detta Riforma dell’Osservanza; con facoltà de’ Superiori andò à ritrovarlo in Toscana, ove dimorava: quando il B. Giovanni lo vidde, lo stimò per la poca età, e delicata complessione, ch’haveva, non fusse habile a sopportar le fatiche della religione: ma vedendo la sua costanza, e il gran desiderio, ch’haveva della perfettione; l’ammaestrò, e l’introdusse negli essercitij dell’Ordine; e in quelli egli molto affaticando, per haver poca forza, s’infermò; perilché il B. Giovanni voleva mandarlo al Convento della sua Patria, acciò fusse con più cura sanato. Ma il B. Antonio, ancorché fusse debole di corpo, era però così forte di spirito, che nascondendo la sua infirmità, pregò il B. Giovanni a non mandarlo alla Patria; e ne fu consolato, e riebbe le forze; e crescendo nelle virtù, divenne suo diletto discepolo.
Era il Beato tanto umile; e ancorché fusse di famiglia nobile della sua Patria; e sapesse leggere, e fusse habile ad esser Sacerdote; volse però esser sempre frate laico, imitando il suo P.S. Francesco, e il detto B. Paolo Trinci, che non volsero per umiltà esser Sacerdoti: si teneva il più vile, e inutil frate dell’Ordine; procurava con diligenza, e segretezza di far sempre gli essercitij più vili, e bassi del Convento; e finiti quelli ritornava subito alla solitudine, e all’oratione. Gli fù commandato da’suoi Superiori, che andasse all’Isola di Corsica; e ottenuta l’obedienza, e benedittione dal Prelato; partì, e giunse al luogo; e ivi dimorò fin tanto, che dalla medesima obbedienza ne fù levato. Ritornato alla Provincia di S. Francesco, fù mandato ad abitare al Convento delle Carceri; ove dimorò circa trent’anni, abitando per ordinario in una Grotta nella selva di quel Convento, che fino al presente si dice del B. Antonio da Stroncone. Per ventiquattr’anni combatté con la sete del corpo, per la strada, che và dalle Carceri ad Assisi; né mai volse bevere di quell’acqua della fonte, che in quella strada si trova, quantunque molte volte se ne trovasse in gran necessità, volendo mortificarsi, e patir quella sete volentieri, in memoria di quella che patì N.S. per la nostra salute sulla Croce. L’asprezza di vita di questo Servo di Dio fù meravigliosa: poiché andava scalzo senza portar cosa alcuna ne’ piedi; e nelle stragioni estreme di freddo, e di caldo,haveva talmente rotti, e pieni de’ fessure i piedi, che ne riceveva estremo dolore, e poneva compassione, e spavento a chiunque il mirava; e gli bisognava spesso andare da’ Calzolai a farsi poner li punti, ove era stracciata la pelle, e farseli ciscire. Non portò mai l’habito senza tonica sopra le sue carni; e era l’habito povero, e vile. Il suo dormire era breve, il magnare pane, e acqua, la maggior parte del tempo. Nelli primi dodici anni della sua Religione, fra l’altre mortificationi, ch’ei faceva, d’ordine del suo Maestro, una fù, che mille volte il giorno si poneva devotamente con le ginocchia in terra. Nel detto Convento delle Carceri, nel tempo de’ caldi eccessivi, di mezza Estate, egli bevevo acqua fatta con l’assentio, calda, per maggior penitenza; e dicendogli li frati, perché non bevesse l’acqua fresca in questi tempi caldi; li rispondeva esser troppo sensuale al suo corpo. Non mangiava mai carne, né ova, né formaggio; né lasciava però di cercar per li frati, così di queste, come dell’altre cose, che mancavano. Quando andava per viaggio, cercava da mangiare per il compagno; e gli diceva: Fratello mangia quello, ch’hai bisogno, acciò possi obbedire al tuo Prelato; e non guardare a me, perché ognuno non può fare col suo corpo quel che io faccio col mio. Verso il suo corpo era rigoroso, e aspro; e con altri usava gran carità, e compassione. Questo modo di vivere, nel principio gli fù molto duro ad eseguire; ma con la divina gratia tanto s’affaticò, che nel tempo di quattordici anni, virilmente combattendo, vinse in tal modo il senso, che mangiava l’assentio, come saporito cibo, che in fine della sua vita, non pareva trovasse vivanda più saporita al gusto suo, che detto cibo amaro. Passava molti giorni senza mangiar cosa alcuna; in particolare la settimana santa, dal Giovedì santofino alla Domenica di Resurrettione; né era visto in questo tempo se non in Chiesa. Essendo molto vecchio, gli dicevano li frati, che essendo carico d’anni, e di bassezza, mangiasse la carne, o pesce: rispondeva loro, che gli faceva male. E soggiungendoli uno più suo famigliare, come potessero fargli male vivande sì buone? Rispose fanno male all’Anima mia. Il suo principale essercitio era l’oratione, e contemplatione; occupandosi in questo, giorno e notte; non trovando cosa di più suo gusto, e consolatione, che conversare con Dio, che l’amava con tutto il cuore, e sopra ogni cosa: e per poter più esercitarsi in questa sant’opera, procurava quanto poteva star solo, fuggendo le conversationi humane, massime quelle, che discordavano dal suo spirito, e era di rado veduto fra le genti: e con loro conversava per necessità, e con pochissime parole. Godeva molto in ritrovarsi, ove con solennità si celebrava la Messa , e l’offitio, e quivi sì contento stava, che spesso si scordava di mangiare; essendo la divotione il vero cibo dell’Anima sua. Pregava i frati a dire nel Coro di continuo l’offitio Divino, perché in quest’opera più che in altra servivano il Signore. E nel tempo di recitare l’offitio divino, lasciava tutte l’altre cose per trovarsi con li frati nel Coro a laudare la Maestà divina. Stando una volta in oratione gli apparve N.S. Giesù Cristo, e gli disse, che molto gli piaceva la Messa bene illuminata: dopo tal visione, s’affaticò assai, ove si trovava, per poner molti lumi nell’Altare, quando si celebrava Messa, particolarmente nelle solennità del Sig. e della Beata Vergine. Udiva, e serviva le Messe con tanta divotione, e spirituale consolatione, che se si fusse celebrato ogni giorno fino a notte, mai si saria partito di Chiesa per udire, e servire le Messe.
Essendo venuto in età quasi decrepita, e vicino a morte; voleva levarsi da letto per udire la messa; li frati lo consigliavano a non far quello, ché non poteva, e che gli saria nociuto alla sua debolezza; esso rispondeva loro: Se sapessivo il guadagno, che fa l’Anima, che devotamente ode la Messa , restarete con grand’ammiratione.
Haveva in grandissima veneratione il santissimo Sacramento; e osservò in sua vita, che prima si comunicasse, domandava perdono a tutti li frati del Convento con le ginocchia in terra. L’amor del Prossimo era sviscerato in lui; non stimando asprezza, né qualsivoglia fatica per il bene temporale, e spirituale del prossimo: alli deboli, e infermi procurava diligentemente il loro bisogno; li serviva, e consolava con gran carità.
La virtù della patienza talmente possedeva, che con molta tranquillità sopportava le tribolazioni, e persecuzioni, senza lamentarsi di persona alcuna. Vedendo qualche frate tribolato per dispiacere ricevuto, seco ne compativa, e dopo lo confortava, dicendogli: Fratello, bevi, bevi questo calice; camina inanzi; per questa strada è necessario che il Servo di Dio passi, come hanno fatto tutti i veri amici del Signore.
Una volta fù accusato al Provinciale, che avesse tagliate trenta vite nell’horto del Convento, ove dimorava; ancorché ne fusse innocente; ma perché era molto zeloso della povertà, giudicarono, che l’havesse tagliate; e essendo perciò dal Prelato ripreso, ch’havesse rovinato le fatiche d’altri, e insieme la consolatione de’ frati, non si scusò, né mostrò segno, che non n’havesse colpa; ma prostrato in terra, ricevé umilmente la reprensione con la penitenza. Parendo al Provinciale, che non scusandosi, egli l’havesse tagliate, gli diede in penitenza, che per ciascuna vite facesse una disciplina, e furono trenta; il che da lui fù fatto con allegrezza, e prontezza, senza mormoratione, e come colpevole; e dopo fù trovato esser innocente, e tutti ne rimasero edificati di lui.
Fù castissimo di corpo, e di mente, e dalla Divina gratia preservato Vergine sino alla morte. Stette quarant’anni, che mai vidde faccia di donna. Il che fù di gran maraviglia, e massime nella persona sua, ch’hebbe l’offitio per alcune decine d’anni d’andar elemosinando per li frati di porta in porta.
L’otio eta dal Beato fuggito come la peste; e mentre gli avanzava tempo dall’oratione, e servigij del Convento, s’impegnava in far Croci di legno, per haver più nelle mani, e negli occhi la Croce , che nel suo cuore teneva radicata; e queste croci poneva nella selva del Convento e in altri luoghi, ove gli pareva stessero bene.
Molte persone mosse dalla santa conversatione, e edificatione, e dal soave odore della sua santità, si diedero al servigio di Dio, con levarsi da peccati, e dall’occasione di essi, e si fecero Religiosi, e altre servirono Dio nel secolo. Et il Signore per li suoi meriti, se compiacque dimostrare molti segni, e miracoli in vita, e in morte per salute dell’Anime.
Hebbe fra gli altri doni sopranaturali da Dio quello della profetia, con il quale manifestò molte cose avanti avvenissero. Una donna gli raccomandò suo Marito, il quale doveva andare d’Assisi all’Aquila. Il Beato le disse, che dicesse al Marito, che non si partisse, perché se v’andava, quel viaggio saria la sua morte. Il Marito non stimando il consiglio del B. Antonio, v’andò, e nel ritorno s’ammalò, e morì per la strada.
Un huomo aveva talmente rotto la testa, che li Medici lo tenevano per morto. Li parenti lo raccomandarono a lui, che pregasse Dio per la sua salute. Rispose, che l’Infermo non morirebbe di quel male, e così avvenne.
Erano morti cinque figli ad una donna maritata, né credeva haverne altri; stando perciò molto tribolata, ricorse al Beato, che volesse ottenerli da Dio un figliuolo. Egli le disse: Va, donna, e habbi pazienza, che sarai consolata. Concepì la donna, e ne seguì a tempo debito l’effetto.
Dimorando nell’istesso Convento delle Carceri, disse più volte a que d’Assisi, che s’apparecchiassero per la Croce. Essi l’interrogarono per qual Croce? Rispose, per la Croce della morte; perché in breve Dio ve mandarà sì gran peste, che morirà la maggior parte del Popolo. De lì a u anno, e fù del 1448, si verificò la Profetia : poiché venne sì gran peste in Assisi, nell’Umbria, e nell’Italia, che si votarono le Case.
Predisse alcune tribolazioni, ch’havevano da venire; dicendo: Guai a quelli, che non sono bene uniti con Dio. E giunto al fine della sua vita; conoscendo che il Signore lo voleva levare da questo pericoloso Mondo, e condurlo al sicuro porto del Paradiso, cominciò a prepararsi alcuni giorni avanti. Lasciò un libretto da lui usato, ove era scritto l’oratione della dottrina Christiana, e la regola. Dopo manifestò alli frati l’hora del suo transito; e ricevuti con singolar devozione, e esempio li santissimi Sacramenti, se ne passò al Signore soavemente. Questo seguì a di 7 di Febraro l’Anno 1471, nell’età sua d’anni 76 in circa, e An. 64 della Religione, e fù nel Convento di S. Damiano fuor d’Assisi, ove ultimamente era venuto ad abitare, e vi dimorò più anni. Il sacro corpo di lui fù sepolto nella detta Chiesa di S. Damiano, il quale fù da’ frati per un anno tenuto occulto, e con poca veneratione, come si dirà; ma poi fù trasferito in una Cappella eretta a suo honore nella medesima Chiesa; che sino la presente intiero, e incorrotto si conserva, frequentato, e visitato da popoli vicini, e lontani; e da’ Padri Riformati di San Francesco, che vi dimorano, si conserva con molta devozione.
Il Signor’Iddio volle mostrare al Mondo quanto gli fusse stato grato, e la gloria, che gli aveva dato, con operar molti miracoli per suo mezzo; e in particolare li seguenti.
Un putto di nov’anni, denominato Liberatore d’Assisi, fù da suoi condotto dalla Chiesa della Madonna degli Angeli alla Chiesa di San Damiano; e entrando in Chiesa su l’hora del Vespero, vidde sopra la sua sepoltura un lume, il quale andava crescendo, e un putto gli andava dietro per smorzarlo, e lo splendore andava ogn’hora più aumentandosi. Restò il putto di questa visione maravigliato, e ritornò correndo, e tremando a Casa sua; e raccontò alla Madre ciò che veduto aveva. La Madre udito tal prodigio condusse il figlio al Convento di S. Damiano, e narrò il tutto alli frati, e al B. Giacomo della Marca, che in quel tempo era in quel Convento; il quale disse a i frati: Quel lume apparso alla sepoltura di F. Antonio, denota la sua santità, che vuole N.S. demostrare al Mondo; il putto che lo vuole smorzare sete voi altri frati, che ascondere lo volevate; ma la divina bontà vuole, che si manifesti. Fece subito cavar quel santo corpo dalla sepoltura, ove era stato un anno, e lo trovarono intiero, e senza danno alcuno; e aveva nella palma della destra mano una rosa della medesima carne; la quale veduta dal B. Giacomo, disse ch’era un segnale fattoli da Dio; e postosi con le ginocchia in terra con tutti li frati, baciarono quella mano con abondanti lacrime d’allegrezza; vedendo la gloria del Creatore nella Creatura. Divulgatosi questo miracolo, concorsero molte genti a visitare il suo sacro corpo. Il quale a di 9 Novembre fù trasferito in un nobil deposito elevato nell’istessa Chiesa di S. Damiano; e per li suoi meriti il Signore risanò mol’Infermi da varie malattie. Concorrono a venerarlo gran numero de’ Popoli, conservandosi intiero.
Una Monaca Terziaria nobile, essendo stroppiata delle ginocchia in giù; e questo male l’apportava gran dolore; facendo oratione al suo sepolcro, si levò miracolosamente libera.
Una putta stroppiata de’ piedi, e delle mani; portata alla sua sepoltura, e facendo oratione, e voto, se ne tornò sana a Casa. Due Donne aggravate da infirmità, raccomandandosi al B. Antonio. Con voti, furono risanate. Et altri molti segni, e miracoli, dimostrò Dio per le sue intercessioni; come si legge nello specchio dell’Ordine Minore, detto la Franceschina , e in molti voti, e offerte appese nel suo sacro deposito.
Nel Martirologio Francescano alli 9 di Novembre si leggono di questo beato le seguenti parole: “Assisij in Umbria, B. Antonimi a Stronconio Confessoris, qui virginitatem incontaminatam custodivit, et prophetia dono illustratus fuit; cuius vita santissima, et mors in conspectu Domini pretiosa, multis miraculis acclamatur”» (L. Jacobilli, Vite, I, pp. 203-209).