Il Vangelo del giorno – 26 aprile 2015

Il Vangelo di oggi: Gv 10, 11-18 “Io sono il buon pastore”

buon pastoreIn quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un
solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Commento al Vangelo di oggi: “…qualcosa di limpido e semplice nei loro sguardi”

I maestri in Israele avevano notato che senza i pastori la storia di Israele non sarebbe stata quella che è stata. Abele, Mosè e Davide erano veri pastori, forti e santi. Ma soprattutto Dio era stato definito molte volte come «il Pastore» del suo popolo. Nel deserto, il popolo con Abele, Mosè e Davide avevano scoperto Dio, che «non è il Dio dei morti, ma dei viventi!» (Mt 22,32). Gesù, nostro Pastore, ha dato la vita per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione (cf Rm 4,25).

Quando Gesù dice: «lo sono il buon pastore, conosco le mie pecore», bisogna attribuire al termine `conoscere’ tutto quanto di più profondo, di più amorevole c’è sulle labbra del Signore Gesù. «E le mie pecore conoscono me», perché così dobbiamo conoscerlo noi, a nostra volta, con quella conoscenza vitale che supera ogni conoscenza. Un giorno ho compreso in modo esistenziale che cos’è la conoscenza’ del buon pastore. Ero alla mensa, a mezzogiorno. Avevamo lavorato tutta la mattina, un lavoro sporco, dei sacchi di zucchero che ci lasciavano tutti impiastricciati. Mi trovavo a capotavola in fondo alla mensa e così, data la disposizione dei posti, vedevo faccia a faccia tutti i miei compagni di lavoro. Ero colpito dal fatto che i loro volti sembravano coperti da una specie di maschera anonima, fatta di polvere, di sporcizia, di stanchezza… Si assomigliavano tutti. Dopo pranzo, siccome rimaneva un po’ di tempo libero, una mezz’oretta prima di riprendere il lavoro, con cinque o sei di loro vado in un piccolo caffè, il Bar Gaby, dal nome della padrona. Era una vera marsigliese, prosperosa, vivace, allegra; e ogni volta che andavo al Bar Gaby, pensavo alla frase di Gesù: «Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Infatti la padrona del Bar Gaby conosceva le pecore che andavano al suo abbeveratoio; conosceva nome, cognome e soprannome di ognuno.
sguardi-feliciE anche i nomi che sarebbero potuti essere ingiuriosi in bocca a un altro, detti da lei assumevano un tono amichevole. Lei mi conosceva. Per lei ero qualche volta Jackie, talvolta ‘Occhialone’. Ognuno era qualcuno. Allora, a contatto con quella donna che conosceva le sue pecore e che le sue pecore conoscevano, ho visto cadere la maschera che mi aveva tanto colpito un momento prima in refettorio: davanti a quella donna erano ridiventati uomini, col proprio nome e cognome. E — improvvisamente — spuntava qualcosa di limpido e semplice nei loro sguardi che ridiventavano come lo sguardo di un bambino

(J. LOEW, Gesù chiamato il Cristo, Brescia 1971, 182s., passim)