La Bibbia in un frammento: dall’Oriente all’Occidente

Dall’Oriente all’Occidente grande è il mio nome fra le nazioni.
In ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure.
MALACHIA 1,11

bibbia-dottrinaÈ sempre forte la tentazione di rinchiudersi nel guscio protetto delle proprie abitudini e del piccolo mondo cui si appartiene. Gli psicoanalisti (ma non solo) hanno individuato l’impulso che alberga un po’ in tutti, ma che può radicalizzarsi e diventare devastante, quello del regressus ad uterum, ossia il ritorno nel grembo materno protetto in cui tutto era assicurato dalla madre e ogni pericolo esterno era esorcizzato. Questa tentazione fu vissuta anche dal popolo ebraico, soprattutto dopo la bufera dell’esilio babilonese che lo aveva disperso in un orizzonte estraneo e ostile. Su questa reazione di autodifesa piomba, come un vento impetuoso, la voce dei profeti che invita a varcare i muri di protezione, a guardare al di là delle siepi, a cercare la presenza divina in tutto il mondo e nell’anima di ogni uomo. Forse qualcosa del genere si cela nella frase che abbiamo citato e proposto alla riflessione, attingendo allo scarno libretto di un profeta noto come Malachia, un probabile pseudonimo, dato che significa semplicemente «messaggero del Signore». O forse un nome coniato dal redattore finale di questo scritto che l’ha desunto da quel mal’aki, il «mio [di Dio] messaggero» che entra in scena in apertura al capitolo 3. La predicazione di questo profeta è aspra: attacca le degenerazioni del sacerdozio ebraico, i divorzi facili, gli imprudenti matrimoni misti, le evasioni delle tasse da versare per il culto. Eppure nelle righe da noi citate egli forse in polemica con la freddezza del popolo ebraico sembra esaltare il culto del «Dio del cielo», diffuso nell’impero persiano, vedendolo come un atto compiuto con buona fede e coscienza limpida e, quindi, indirizzato all’unico vero Signore del cielo e della terra. Una proclamazione di apertura e rispetto nei confronti dei pagani dal cuore puro e dalla fede sincera: pur rivolgendosi nei sacrifici al dio venerato nelle loro tradizioni ancestrali, in realtà essi invocano l’unico Signore che dichiara: «grande è il mio nome tra le nazioni». Tuttavia, dobbiamo segnalare anche una diversa interpretazione di questo passo. Essa allarga l’orizzonte ma in un’altra direzione: Malachia penserebbe al sacrificio perfetto dell’era messianica, quando tutto il mondo seguirà il Messia, da est a ovest, e insieme a lui loderà il Signore in modo pieno e luminoso. In questa linea il Concilio di Trento ha applicato il passo del profeta all’eucaristia, l’«offerta pura» che è presentata a Dio in ogni angolo della terra, su comando del Messia Gesù Cristo. Certo è che la profezia introduce un’atmosfera di apertura, spinge a levare lo sguardo oltre il proprio spazio e il proprio tempo, a sperare nel bene che è diffuso in ogni cuore, a tendere all’orizzonte messianico quando «non ci sarà più Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo sarà tutto in tutti» (Col 3,11).