La nostalgia di Giobbe

libro di Giobbe

Tutto tace nell’immondezzaio di Giobbe; anche gli amici hanno terminato i loro sproloqui e si sono fatti da parte. Quando giunge la sera, sull’uomo ricoperto di croste e di vermi, scende la malinconia, il ricordo dei giorni che furono, del Dio della sua giovinezza.
«Giobbe continuò a pronunziare le sue sentenze e disse: Oh, potessi tornare com’ero ai mesi di un tempo, ai giorni in cui Dio mi proteggeva, quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre; com’ero ai giorni del mio autunno, quando Dio proteggeva la mia tenda, quando l’Onnipotente era ancora con me e i giovani mi stavano attorno; quando mi lavavo in piedi nel latte e la roccia mi versava ruscelli d’olio! Quando uscivo verso la porta della città e sulla piazza ponevo il mio seggio: vedendomi, i giovani si ritiravano e i vecchi si alzavano in piedi; i notabili sospendevano i discorsi e si mettevan la mano sulla bocca …»
Il ricordo dei giorni passati, del Dio delle giovinezza aumenta in Giobbe la sofferenza, diventa un fardello ancora più pesante dei vermi che gli rodono la carne. E’ crosta dura ricordare la dolcezza del miele e il calore di un focolare quando, nudi e soli, si devono affrontare le gelide notti orientali. E la notte di Giobbe è profonda, priva di stelle; anche la stella del mattino sembra non sorgere sugli immondezzai
dell ’umana sofferenza . L’attesa continua. L’attesa della voce di un Dio che sembra aver abbandonato coloro che giacciono nella polvere, di chi, buono e innocente, “era gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo , il Padre per i poveri …” Ma questa nostalgia è importante perché fa prendere coscienza che il presente e il futuro allargano gli orizzonti di un tempo che mai più ritornerà. Quello atteso da Giobbe sarà un Dio diverso da quello della sua giovinezza; quando risponderà alle accuse mosse contro di Lui si rivelerà con un volto nuovo e certamente più splendente. E’ questo forse il torto di Giobbe, il nostro torto: attendere il Dio che avevamo conosciuto chiudendoci così alle sue sorprese, alle novità di un Dio “che fa nuove tutte le cose”. Genera sofferenza la nostalgia ma è pur sempre un dono; quanti sventurati siedono accanto a Giobbe privi di un ricordo, senza aver esperimentato un Dio giovane perché da sempre seduti sul loro letamaio. “La nostalgia è nascosta nelle cose e bussa lievemente alle porte dei cuori. La malinconia nasce dal Sole, dispiaciuto e turbato di dover lasciare il posto al buio. Non trattiamo quindi male la malinconia. È pur sempre un dono che nasce dalla luce. E non trattiamo male il nostro cuore quando soffre di malinconia; anch’esso vorrebbe essere tutto luce, e non può esserlo, sinché non si sia trasformato in una stella”.