La nostra dimensione interiore

non di solo pane 719Nel Vangelo di domani Gesù delude le aspettative dei discepoli che aveva mandato in missione. Invece di gratificarli per quello che avevano fatto, li invita a riposarsi, a ritirarsi in un luogo deserto, a non lasciarsi “consumare” dai bisogni e dalle difficoltà della moltitudine che li circonda. Prima di lasciarsi “mangiare” dagli altri bisogna riappropriarsi di se stessi, della propria interiorità, bisogna provare “compassione” per le proprie miserie e fragilità. Solo l’uomo capace d’interiorità può provare veramente compassione per la moltitudine che lo circonda, per quelle pecore senza pastore. Come possiamo essere guide sagge, capaci di un dono vero e autentico se perdiamo contatto con noi stessi, se non siamo capaci di interiorizzare i bisogni di chi ci sta accanto? Il vero nemico del cristiano di ieri e soprattutto di oggi è la dispersione, la mancanza d’interiorità. Bisogna trovare il coraggio di ritirarsi nel deserto, di riappacificarsi con il proprio cuore. Precisa San’Agostino: “Il testo di Marco ci dà una precisazione: voi stessi, venite voi stessi a me, voi con tutto il vostro essere, con tutto il vostro mondo interiore …”. Gesù ci riconduce a quell’unità che abbiamo lasciato disperdendoci nella molteplicità delle cose, delle attività, della stessa missione. Non esiste vero dono, autentico amore nella dispersione, nell’incapacità di contemplare Dio in ciò che stiamo facendo. Non a caso il Card. Carlo Maria Martini nella sua prima lettera pastorale alla diocesi di Milano, “La dimensione contemplativa della vita”, sottolinea: «Nel fare ciò mi accorgo di stare vivendo, per dono di Dio, quella che si potrebbe chiamare la “dimensione contemplativa” dell’esperienza: cioè quel momento di distacco dall’incalzare delle cose, di riflessione, di valutazione alla luce della fede, che è tanto necessario per non essere travolti dal vortice degli impegni quotidiani». invita quindi a sottrarci alla schiavitù dell’attivismo per affrontare noi stessi, le dispersioni del nostro cuore per poter sostenere con generosità la moltitudine i loro bisogni e la loro fame di misericordia e di bontà.