Lettura spirituale: La stalla

La stalla

di don Luciano Vitton Mea

 

 «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo». (Luca 2, 7)

 

Gesù non nasce tra le mura sacre del tempio, né in un antico palazzo di Gerusalemme o tra gli agi e il calore di una delle tante case della Palestina. Viene deposto in una mangiatoia perché nasce in un rifugio per animali, in una stalla, nella penombra e nella povertà di una semplice capanna. Questo luogo, che per ciascuno di noi diventa santo, rientra nella logica e nella provvidenza di Dio che nulla lascia al caso. Perché proprio in una stalla? Quando ero bambino trascorrevo i giorni delle vacanze estive e natalizie presso le zie in una piccola frazione di montagna della provincia di Torino, tra le meravigliose vette del gruppo del Gran Paradiso. La stalla delle zie, come quelle dei vicini, era sempre aperta, non era mai chiusa a chiave. Le case sono sbarrate da un catenaccio, la porta di una stalla basta muoverla e lentamente, cigolando, si apre con una semplice spinta. Sulla soglia avverti il tepore delle bestie e il fieno ricorda i colori e i profumi del prato. Tutti possono entrare in una stalla, senza eccezione, ricchi e poveri, buoni e cattivi. La stalla diventa un vero e proprio “luogo teologico” dove Dio manifesta il desiderio di incontrare tutti gli uomini, anche quelli più soli ed emarginati. I pastori non sarebbero mai entrati nel tempio di Gerusalemme perché considerati ladri e poco credibili; un mendicante non avrebbe mai osato entrare nella casa di un benestante perché il suo cattivo odore sarebbe diventato imbarazzante; un infermo o un lebroso non avrebbero mai varcato le soglie della casa di una persona sana perché la loro presenza avrebbe generato paura e timore. In una stalla invece tutti possono entrare, sentirsi a loro agio, visitare il bambino, rendergli omaggio con un semplice gesto della mano, levandosi il cappello o con un piccolo dono intrecciato con i rami secchi di un vecchio albero. Un tempo le famiglie semplici e povere di ritrovavano, durante le lunghe sere invernali nelle stalle; le donne lavoravano a maglia e gli uomini riparavano gli utensili per il loro lavoro. Si parlava, venivano riferite le nuove del giorno, si commentavano i fatti che scandivano lo scorrere del tempo. Dio, per essere vicino agli uomini, per diventare il Signore dei cuori semplici sceglie una stalla per diventare bambino, per diventare “uno di noi”.