Libro del profeta Daniele: Brillare come stelle

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l Libro di Daniele (ebraico דניאל, dani’èl; greco Δανιήλ, danièl; latino Daniel) è un testo contenuto nella Bibbia ebraica (Tanakh) e cristiana.  Esso descrive le vicende ambientate nell’esilio di Babilonia (587-538 a.C.) del profeta Daniele, saggio ebreo che rimane fedele a Dio, e visioni apocalittiche preannuncianti il Figlio dell’Uomo-Messia e il regno di Dio.

Nelle gelide notti invernali o in quelle limpide estive le stelle s’affacciano in cielo con tutto il loro scintillio. Ora, il libro di Daniele è un testo tutto intarsiato di visioni simboliche, di scene impressionistiche, di immagini apocalittiche, ed è stato composto – come si è già detto precedentemente – per incoraggiare e sostenere gli Ebrei travolti dal turbine della persecuzione che nel II secolo a.C. il re siro ellenistco Antioco IV Epifane aveva scatenato contro di loro. In quel periodo era sorto il movimento politico religioso dei Maccabei, i cinque fratelli (tre faranno da capi) che avevano spinto gli Ebrei oppressi alla ribellione e alla conquista della libertà. Il nostro passo acquista, allora, un valore particolare che potremmo sintetizzare nella parola «testimonianza». Nel buio della persecuzione si leva la luce dei maestri di verità e di giustizia che diventano una sorta di stella polare verso la quale gli altri si orientano. È un po’ la proposta che Gesù avanza per i suoi discepoli: «Voi siete la luce del mondo … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini » (Mt 5,14.16). In questo il discepolo si modella su Cristo stesso che si era definito così: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » (Gv 8,12).
Stelle che brillano nel presente cupo, quindi; ma anche astri che sfavilleranno nel futuro storico, cioè nella memoria dei posteri. E questa la vera eredità da trasmettere, l’essere stati maestri di vita il cui insegnamento non perisce, né si arrugginisce o è consumato, come invece accade per i beni materiali che si lasciano dietro di sé. Ma questa bella immagine del firmamento trapuntato di stelle si apre a un altro orizzonte. Oltre la testimonianza nel presente, oltre il ricordo nel futuro storico, il profeta Daniele fa balenare un ulteriore destino dei giusti. È quello della gloria in Dio, nella sua eternità, nello splendore della sua luce, attraverso la comunione beata con lui. Infatti, in quel periodo, si era fatta strada in Israele una fede nitida nell’immortalità come beatitudine e nella risurrezione finale. «Il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna»: già sappiamo che queste sono le parole che la madre ebrea dirà ai suoi figli martiri la cui vicenda è narrata nel Secondo Libro dei Maccabei (7,9). Il libro della Sapienza, un secolo dopo, alle soglie del cristianesimo, confermerà questa speranza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio … Agli occhi degli stolti sembrò che morissero … ma la loro speranza è piena di immortalità»