Libro di Giobbe: I miei occhi ti hanno veduto…

“Io ti conoscevo solo per sentito dire. Ora, però, i miei occhi ti hanno veduto” (Giobbe 42,5).
libro giobbeE’ l’approdo e il suggello al lungo pellegrinare dell’uomo ricoperto di piaghe. Giobbe riconosce che prima aveva solo sentito parlare di Dio, ora invece i suoi occhi lo hanno visto. Non è più il Dio dei teologi, racchiuso in rigidi schemi, in dottrine che non riescono a reggere all’urto del dolore e della sofferenza innocente. Precisa Mons. Ravasi: «Giobbe comprende, allora, che il suo errore è stato quello di voler escogitare una risposta razionale, semplice e schematica al mistero del male, allineandosi, così, sullo stesso percorso battuto dai suoi amici teologi che si erano illusi di ridurre il «progetto» divino all’interno dei loro teoremi, a partire da quello della cosiddetta «retribuzione» secondo la quale ogni prova o sofferenza è punizione di un peccato. Dottrina semplicistica contro la quale Giobbe aveva battagliato in tutti gli interventi del suo dialogo con loro». Giobbe, con i suoi amici, aveva solo parlato di Dio, accusata o difesa la sua apparente “assenza” dai letamai dove gli uomini piangono, soffrono e muoiono. Ora la parola cede il passo alla visione, i ragionamenti si infrangono di fronte a un disegno cosmico che va oltre gli orizzonti della ragione. La sofferenza prende atto che “Sapienza, Provvidenza, Potenza di Dio sono sempre al lavoro, perché anche il mondo, e non solo l’uomo, non è mai perfetto, mai sicuro, non è mai perfetto, mai sicuro, perché uomo e universo non sono mai finiti” (David Maria Turoldo).
Solo attraverso la visione, cioè la contemplazione, il volto di Dio si rivela nell’infinitamente piccolo o nei siderali spazi cosmici: “Conosci tu le leggi del cielo? Ne poni tu l’influenza sulla terra?” La ragione ha e deve avere i suoi spazi per scrutare l’intellegibile ma non ha e non deve avere l’ultima parola perché l’infinito non può essere racchiuso in rigidi schemi. Giobbe vedendo scorrere i testimoni della difesa che abitano nei cieli, sulla terra e negli abissi marini, si accorge che Dio gli aveva sempre parlato, che era nascosto nei suoi lamenti, nascosto nella sua stessa vita. “Per immergersi (in Dio) Giobbe deve essere distrutto. Non s’arriva al vero Dio senza un totale annientamento dell’Io. Ora finalmente i suoi occhi lo vedono, ora che è solo polvere e cenere.”
Il libro di Giobbe non risponde con dei ragionamenti alle domande che si alzano dai tanti letamai della terra ma si rivela come un autentico scritto teologico perché incentrato sulla scoperta del vero volto di Dio.