L’Isis che non vogliamo battere

untitled

17 mila persone ostaggio dell’Isis nel campo profughi palestinese alle porte di Damasco. Sono già cominciate esecuzioni e decapitazioni, ma i Paesi arabi preferiscono combattere in Yemen.

Dato per sconfitto un giorno sì e l’altro anche, l’Isis non solo si estende ad altri Paesi (Libia e Tunisia parlano chiaro, in proposito) ma, sul campo di battaglia che copre Iraq e Siria, compensa con nuove conquiste le ritirate che gli vengono imposte. Così, se in Iraq hanno dovuto abbandonare la città di Tikrit, i terroristi della bandiera nera sono avanzati su Yarmouk, il campo profughi palestinese a pochi chilometri da Damasco, capitale della Siria, ormai quasi totalmente occupato dai miliziani dell’Isis. I terroristi hanno così preso in ostaggio più di 17 mila persone, tra le quali almeno 3.500 bambini, e hanno già già iniziato le stragi: si parla di decapitazioni (questa la sorte toccata anche all’imam Yahya  Hourani, principale autorità religiosa del campo), di teste mozzate usate come palloni e di esecuzioni di massa.     Per capire questa ennesima tragedia annunciata del Medio Oriente, occorre ricordare che quando si parla di “campi profughi” come quello di Yarmouk non bisogna pensare a tende o a sistemazioni provvisorie. Come tutti i “campi” in cui i palestinesi vivono da decenni, anche Yarmouk è una vera città, dove sono nate e cresciute quattro generazioni di palestinesi. Il che ha prodotto una stratificazione sociale (cioè, famiglie che hanno qui le radici, una storia, oltre ad attività economiche e case) ma anche politica. A Yarmouk, per esempio, ha lungamente dominato l’influenza politica di Hamas attraverso la leadership di Khaled Mechal.  Nel 2012, però, il patto tra Hamas e il regime di Assad è crollato e la prevalenza è andata al Comando del Fronte per la Liberazione della Palestina diretto da Ahmed Jibril, fedele al patto con Assad. Così i palestinesi del campo, che pure hanno cercato in ogni modo di non farsi coinvolgere nella guerra civile siriana, sono diventati un comodo bersaglio per le milizie della jihad. L’occupazione di Yarmouk, inoltre, ha un forte significato simbolico nel massacro siriano che dura ormai da quattro anni, e potrebbe anche segnare una svolta decisiva per il corso delle ostilità: si tratta infatti della prima operazione congiunta tra i terroristi dell’Isis e quelli di Al Nusra (che si ispirano invece ad Al Qaeda), segno che l’unificazione delle forze sotto l’egida dell’Isis è ormai più che un progetto. Se le due armate jihadiste, al posto di competere e combattersi, si alleano, la caduta del regime di Assad, cioè dell’ultimo vero bastione siriano contro l’Isis, potrebbe avvicinarsi di molto. Nel dramma di Yarmouk, inoltre, si può anche leggere la conferma dell’amara realtà denunciata da Raphael Louis I sako, Patriarca della Chiesa caldea cattolica dell’Iraq, nell’intervista a Famiglia Cristiana. E cioè, che nessuno vuole davvero sconfiggere l’Isis. Basta confrontare ciò che i Paesi arabi sunniti fanno contro l’Isis in Iraq e in Siria (poco o nulla) con ciò che fanno invece nello Yemen, dove in pochi giorni sono stati raccolti 150 mila soldati e 100 aerei da combattimenti per attaccare i ribelli Houthi. In altre parole: cresce il sospetto che in fondo l’Isis stia bene a tutta una serie di Paesi (in prima fila le monarchie del Golfo Persico) che si aspettano dai jihadisti l’abbattimento del regime sciita di Assad e l’insediamento di un regime estremista dal punto di vista dell’islam ma compiacente nella realtà dei finanziamenti e dei rapporti. Come fu, a suo tempo, con i talebani dell’Afghanistan, il cui regime fu riconosciuto proprio da Arabia Saudita e Pakistan oggi così attivi nello Yemen.