ll Santo del giorno – 20 marzo – Beato Francesco di Gesù, Maria e Giuseppe

francesco giuseppePrima di andare a morire in croce Gesù predisse agli Apostoli che nel mondo avrebbero avuto tribolazioni e persecuzioni a causa del suo nome (Gv 15,20). Questa profezia si verificò alla lettera nella vita e nell’opera di questo Beato spagnuolo, che visse in un secolo ricco di eminenti personalità sacerdotali e religiose, catalane come lui: S. Antonio Claret y Calarà (11870), fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria; B. Francesco Coll OP. (+1875), fondatore delle Suore Domenicane dell’Annunziata; S. Maria Rosa Molas y Vallvé (+1876), fondatrice delle Suore di Nostra Signora della Consolazione; B. Enrico de Osso y Cervello (+1896), fondatore della Compagnia di S. Teresa di Gesù; S. Teresa Jornet Ibars (+1897), fondatrice delle Piccole Suore degli Anziani abbandonati e pronipote carnale del B. Francesco di Gesù, Maria e Giuseppe; B. Giuseppe Mananet y Vives (+1901), fondatore dei Figli della S. Famiglia e delle Missionarie Figlie della S. Famiglia di Nazareth; B. Emmanuele Domingo y Sol (+1903), fondatore dell’Istituto Secolare dei Sacerdoti Operai Diocesani del S. Cuore.
Il nostro Beato nacque il 29-12-1811 ad Aytona, nella diocesi di Lèrida (Catalogna), settimo dei 9 figli che Giuseppe Palau, modesto contadino ebbe da Antonia Quer, entrambi molto fedeli alla religione e alla monarchia. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome di Francesco. Sotto la guida dei genitori egli crebbe pio, amante dello studio e dei poveri. Fu il maestro delle scuole elementari che suggerì loro di fare continuare gli studi al figlio per le spiccate doti intellettuali che in lui aveva scorto. Tuttavia fu la sorella Rosa che lo mise in condizione di frequentare come esterno, a 14 anni, il seminario, dandogli ospitalità a Lérida nella casa di campagna in cui si era stabilita dopo le nozze con il marito. In seguito, non volendo sfruttare la generosità della sorella e desiderando vivere nel seminario come interno per attendere meglio alla propria formazione, il Beato moltiplicò gli sforzi nello studio in modo da essere in grado di concorrere per una borsa di studio e vincerla.
In seminario Francesco rimase soltanto 4 anni, durante i quali si distinse per il profitto, l’obbedienza e lo spirito di penitenza. A 21 anni, al termine del primo anno di teologia, rinunciò alla borsa di studio e si fece carmelitano nonostante l’opposizione dei genitori e dei superiori del seminario, che vedevano in lui un soggetto di grande utilità per la diocesi. Pare che, al termine di una novena fatta in onore di S. Elia, Francesco abbia visto il profeta nel gesto di ricoprirlo con il mantello dei Carmelitani, come segno della volontà di Dio nei suoi riguardi. Quando entrò nel noviziato dell’Ordine a Barcellona con il nome di Fra Francesco di Gesù, Maria e Giuseppe, e vi fece la solenne professione (15-11-1833), era già fermamente deciso a osservarne gli obblighi benché i tempi che correvano fossero molto tristi. In Spagna, difatti, alla morte del re Ferdinando VII (+1833), era scoppiata una guerra civile tra sua figlia Isabella II (+1904), sostenuta dai liberali e lo zio Don Carlos, pretendente al trono in forza della legge salica, sostenuto dai conservatori e dal clero. Sedici anni più tardi confesserà nel suo libro La Vita Solitaria: “Quando feci la mia professione religiosa la rivoluzione teneva già nella sua mano la torcia incendiaria per bruciare tutte le case religiose e il temibile pugnale per assassinare gli individui che si erano rifugiati in esse. Non ignoravo il pericolo opprimente al quale mi esponevo… ciò nonostante mi impegnai con voti solenni in uno stato, le cui regole credevo di poter praticare fino alla morte, indipendentemente da qualsiasi umano avvenimento”.
A Barcellona il Beato continuò a studiare teologia benché non sentisse attrattiva per il sacerdozio. Pur di vivere la vita carmelitana sarebbe rimasto volentieri nell’Ordine anche come semplice fratello laico. Il 25-7-1835 il suo convento fu assalito e incendiato dai rivoluzionari liberali. Trovò rifugio con altri confratelli in una casa vicina, ma dopo alcuni giorni fu condotto nella cittadella, spogliato dell’abito religioso e mandato a Lérida munito di un passaporto. L’esclaustrato, che amava di più la vita solitaria che quella attiva, stabilì la sua residenza tra i monti di Vich. Soltanto dopo diversi mesi si ricongiunse ad Aytona con i suoi familiari, dove, più per obbedienza al suo Patrovinale che per intima aspirazione, si preparò al sacerdozio, che ricevette il 2-4-1836 dal vescovo di Barbastro.
Nel paese nativo P. Francesco rimase due anni vivendo in una grotta distante due chilometri dal paese, svolgendo sporadicamente le veci del parroco e rifiutando qualsiasi offerta da parte dei fedeli per le sue prestazioni. In seguito, in considerazione delle necessità delle diocesi della Catalogna, rimaste quasi tutte senza pastori, decise di uscire dal suo isolamento per darsi con ardore alla predicazione, vestito da carmelitano, un po’ ovunque, anche nelle caserme dei soldati in armi, tra i quali diffuse l’abitino del Carmine e combattè la bestemmia. Quando però Berga, quartiere generale delle truppe di Don Carlos, cadde nelle mani dei sostenitori di Isabella II, il Beato cercò rifugio a Perpignan (Francia) con suo fratello Giovanni e i resti dell’esercito sconfitto.
Durante il suo esilio P. Francesco occupò il tempo nello scrivere la sua prima opera intitolata La lotta dell’anima con Dio standosene solo in una grotta dei dintorni, accanto a quella del fratello, immerso nella meditazione, nella preghiera e nei digiuni continuati. Verso la fine del 1842 il Beato si trasferì nel comune di Caylus, appartenente alla diocesi di Montauban, ospite del visconte del castello di Mondésir, facente parte della parrocchia di St. -Pierre Livron. Non è improbabile che abbia conosciuto il suo benefattore in Spagna in qualche campo di carlisti. Nell’interno del bosco che attorniava il castello, il Beato visse da eremita per cinque anni in una grotta trasformata in cappella nella quale, con il permesso della curia di Montauban, celebrava la Messa e confessava coloro che accorrevano a lui attratti dalla fama della sua vita penitente. A Mondésir egli divenne l’”oracolo” del paese. Ogni tanto lo percorreva tenendo in mano una croce e predicando a tutti con grande vigore le verità eterne. Dalla sua grotta, però, non sarebbe uscito mai, tanto amava stare solo con Dio. Soleva dire che gli era stata lasciata in eredità dal profeta Elia. L’ordinario del luogo, Mons. Giovanni Doney, il 24-9-1844 gli volle fare visita per dargli a intendere quanto lo stimasse.
A partire dal mese di aprile 1846 il P. Francesco stabilì la sua dimora in un terreno che comperò vicino al santuario di Notre-Dame di Livron, che sorgeva presso la chiesa parrocchiale, con l’evidente intento di fondare un’istituzione stabile di indole eremitico-ascetica con l’aiuto di Teresa Christià, ex-clarissa di Perpignan, che aveva abbandonato il monastero per motivi di salute e che, in seguito ai suggerimenti del P. Palau, aveva deciso di vivere dedita al servizio del Santuario in compagnia di due signorine. Maria Bois e Giovanna Gracias.
Dopo l’acquisto del terreno il Beato volle fare un viaggio in Spagna con l’intento di riunirsi alla sua famiglia. Portò con sé l’ultima sua opera intitolata Quidditas Ecclesiae, in quattro libri, che non riuscì a fare stampare e che in seguito andò perduta. In Francia tornò in compagnia del padre, del cognato e di un nipote, ma il vescovo di Montauban non gli fu più favorevole come prima perché le sue discepole, con il loro genere di vita, suscitarono riserve e critiche da parte tanto delle autorità civili quanto di quelle ecclesiastiche. Il Beato, dal comune di Claylus si trasferì allora in quello di Loze con il fratello Giovanni e si stabilì sopra un terreno vasto e selvaggio che aveva comprato a Cantayrac, evidentemente per conservare la propria libertà d’azione. Mons. Doney, però, continuò ad essergli ostile per l’austerità di vita che conduceva nelle grotte umide e buie, l’abito carmelitano che continuava a portare e, soprattutto, per le numerose persone che accorrevano a prendere parte alle sue Messe con discapito di quelle parrocchiali. Nella regione tutti sapevano che dormiva sulla paglia, che pregava e meditava buona parte della notti inginocchiato per terra, che si nutriva quasi esclusivamente di pane acqua, erbe, patate lesse e qualche frutto della regione e che, all’opposizione del vescovo rispondeva soltanto con la “pazienza e la preghiera”. Di tutti era quindi considerato un eremita “straordinario”.
P. Francesco un bel giorno decise di trasferirsi a St.-Paul-de-Fenouillet, nella diocesi di Perpignan, dove comperò un campo alberato nell’intento di consolidare il suo piano di vita solitaria per sé e per i gruppi maschili e femminili che si andavano costituendo. Frattanto, poiché Mons. Doney persisteva a negargli la facoltà di celebrare la Messa nella diocesi e la situazione politico-religiosa in Spagna era migliorata, in seguito al concordato stipulato il 16-3-1851 tra il governo e la Santa Sede, il Beato prese la decisione di abbandonare per sempre la Francia. Avrebbe voluto stabilirsi nella sua diocesi di origine, Lérida, ma il vescovo Mons. Cirillo Uriz y Labayru, il quale personalmente era contrario ai “beateri” e ai fratelli esclaustrati, gli fece sapere che la sua presenza in diocesi non era gradita a causa dei vari gruppi di discepole che vi contava e che egli aveva già dissolti il 2-4-1852. Il suo successore, Mons. Mariano Puiglatt, non si dimostrò più tenero nei riguardi del Beato. Difatti, nel 1863 gli proibì di predicare in una chiesa della sua diocesi, il mese di Maggio. Invece di protestare, il perfetto carmelitano gli rispose: “Essendo V. Ecc. mio prelato… può con autorità, libertà e senza raggiri, avvisare, correggere, castigare, tagliare e bruciare, certo che i suoi avvisi, correzioni e castighi saranno ricevuti sempre come pegno del suo amore e della sua sollecitudine pastorale verso questo suo suddito sacerdote”.
Respinto dalla sua diocesi, P. Francesco si trasferì a Barcellona dove Mons. Domingo Costa y Borràs, che ben lo conosceva e apprezzava, essendo stato vescovo di Lérida, lo chiamò a lavorare per la ricristianizzazione della sua turbolenta diocesi. Le zone di periferia rigurgitavano infatti, di operai provenienti da varie regioni della Spagna, ed erano privi di una solida e continuata formazione catechetica. Il Beato, oltre a dedicarsi alla predicazione e farsi animatore della costruzione di nuove chiese, fondò una vera e propria scuola di catechismo per adulti con programma, metodo d’insegnamento e statuto propri. La chiamò Scuola delle Virtù e fu frequentata da oltre 2000 adulti. Dopo 3 anni, però, in concomitanza con gli scioperi ad oltranza di molti operai, fu sciolta dalle autorità civili, pressate dai nemici della Chiesa. Il fondatore, nonostante le sue energiche proteste orali e scritte, fu confinato nell’isola Ibiza, nelle Baleari, con il falso pretesto che fomentava idee sovversive.
P. Francesco non si perse d’animo, anzi, continuò a dirigere le sue figlie spirituali residenti a Lérida, Aytona e Balaguer, le quali, nonostante l’ordine di chiusura delle loro case, avevano trovato la maniera di continuare di fatto il loro genere di vita. Dall’esilio coatto l’8-5-1854 scrisse ad alcuni suoi amici: “Non vedrò per tutta la vita se non persecuzioni, giacché il mio spirito disprezza il mondo e per conservare il mio benessere non devierò mai dal mio cammino… Io non sogno altro che sofferenze, contraddizioni e lotte, ne desidero per questo altra via che quella della croce”. Con la loro collaborazione si preoccupò di mettere in salvo quello che apparteneva alla soppressa Scuola delle Virtù e riuscì a farsi mandare nell’isola l’immagine della SS. Vergine in essa venerata, in onore della quale fece costruire una cappella tuttora meta di pellegrinaggi.
Per due anni P. Francesco visse in una grotta di Es Cubells nella parrocchia di S. Giuseppe, che un signore gli aveva messo a disposizione con un pezzo di terra da cui trarre gli alimenti necessari. In seguito, avendo scoperto nell’isolotto chiamato Vedrà, una grotta ancora più solitaria e inaccessibile, vi si trasferì perché la solitudine costituiva “il suo cielo”. Per potersi dedicare a pieno titolo all’attività pastorale in tutte le isole Baleari, egli sollecitò e ottenne, dalla S. Congregazione di Propaganda Fide, il titolo e la facoltà di missionario apostolico benché fosse ritenuto inabile a disimpegnare incarichi stabili di ministero perché, a furia di vivere in grotte buie e umide, era diventato sordo e aveva contratto una malattia cronica. Ciò nonostante, quando lasciava la solitudine per predicare nei paesi di Ibiza, Maiorca e Minorca, le chiese erano insufficienti a contenere la gente che accorreva a udirlo o a prendere parte alle Messe, che celebrava con straordinaria devozione. Con la sua voce possente, la sua statura bassa e tarchiata, agli occhi dei fedeli assumeva l’aspetto di un profeta. Infatti di solito non riusciva a terminare le sue prediche senza che la sua voce non fosse affogata dal loro pianto.
Dopo tre anni di confino il Beato inviò successivamente due suppliche alla regina Isabella II per ottenere che fosse revocata l’ingiusta sentenza di cui era stato vittima. Ottenne fortunatamente la libertà soltanto quando, il 1-5-1860, essa fu concessa ai confinati politici. Nel frattempo a Madrid era stata trattata giudizialmente la sua vicenda ed era stata trovata immune da qualsiasi colpevolezza. A chiarire la sua posizione aveva giovato anche la pubblicazione nella capitale del suo scritto intitolato La Scuola della Virtù Vendicata (1859).
Il P. Francesco invece di ritornare a vivere nelle grotte, si sentì spinto a mettersi al completo servizio della Chiesa, che divenne da quel momento la sua “amata”, mediante la predicazione per tutta la Catalogna, gli esorcismi, gli scritti e la fondazione di Associazioni maschili e femminili del Terz’Ordine Carmelitano. Per le sue opere impegnava gli aiuti che riceveva dai benefattori nonché la piccola pensione che il governo concedeva a tutti gli esclaustrati. Grande fu la ripugnanza che provò nel seguire il nuovo genere di vita che Dio esigeva da lui. Lo confidò egli stesso il 27-10-1860 a Giovanna Gracias, sua discepola, nella lettera che le scrisse da Madrid dove stava predicando nella chiesa di S. Isidoro: “Riesce orribile al mio spirito e al mio corpo viaggiare senza punto fisso, abbandonato alle attenzioni degli amici… Tuttavia… quando Dio mi chiama, non c’è niente di quello che mi si pone davanti che non assalti e calpesti per quanto terribile e sgradevole esso sia”. Alla stessa persona scrisse nell’agosto del 1861: “La mia unione, le mie nozze spirituali con la Chiesa costituiscono l’oggetto unico e principale che occupa i miei esercizi. Di questo ho piena la testa e il cuore e non so pensare altra cosa e assorbe talmente le mie potenze e i miei sensi, che in cinque giorni sono riuscito a stento a consumare un pane. Ciò nonostante sto bene e non sento il bisogno di mangiare”.
E’ in questo contesto di profonda unione mistica con il mistero della Chiesa che il Beato si sentì chiamato a lottare contro i demoni e a fondare gruppi di Terziari e Terziarie Carmelitani, per l’insegnamento religioso all’infanzia e la cura degli infermi a domicilio, viventi insieme di propria volontà in forma privata, senza fisionomia giuridico-canonica e tanto meno civile. Essi non potevano prefiggersi altri fini perché la Chiesa e lo Stato il 25-8-1859 avevano convenuto che in Spagna gli istituti di stampo contemplativo non avessero diritto di cittadinanza. Il P. Francesco l’8-l-1867 fu nominato direttore dei Terziari e delle Terziarie Carmelitani, dal Procuratore Generale e Commissario dei Carmelitani Scalzi, il P. Pasquale di Gesù e Maria. Tale nomina lo mise in grado di conferire una strutturazione formale e giuridica a tutte le comunità esistenti in Spagna. Le costituzioni che redasse per loro furono stampate a Barcellona un mese prima della sua morte.
Dal 1860 al 1872 il Beato fondò 6 comunità di Fratelli, i quali praticamente cessarono di esistere con la guerra civile del 1936, e 6 comunità di Sorelle le quali, dopo la sua morte, diedero origine a due congregazioni riconosciute dalla S. Sede: le Carmelitane Missionarie Teresiane di Tarragona e le Carmelitane Missionarie di Barcellona. Verso la fine del 1864 fino alla morte, il P. Francesco si convinse di essere chiamato da una forza interna irresistibile, sconvolgente, a guarire gli ossessi. Per questa sua vera o presunta missione egli operò e redasse il settimanale El Ermitano per ottenere che fosse rimesso in auge nella Chiesa l’esorcistato, ma fu osteggiato, punito e perfino carcerato. Teatro degli esorcismi da lui praticati, fu la casa di Santa Cruz di Vallcarca, presso Barcellona e, più precisamente, la cappella che vi aveva fatto costruire per la Messa festiva, appartenente alla comunità dei Fratelli, nota poi con il nome di Els Penitens. Quando il Beato iniziò pubblicamente la sua attività di esorcista, il centro di Vallcarca divenne inevitabilmente una specie di ricovero privato per i numerosi malati che, di loro iniziativa, accorrevano a lui per essere curati ed eventualmente anche esorcizzati. Il 13-4-1866 Mons. Pantaleone Montserrat, vescovo di Barcellona, gli proibì di continuare gli esorcismi ed egli ubbidì. Da quel giorno si limitò soltanto a pregare per coloro che continuavano ad accorrere a lui e a consolarli, ma, nello stesso tempo, sentì più forte che mai, in sé, la spinta a fare intervenire nella questione l’autorità suprema della Chiesa.
In Spagna, nel settembre del 1868 si verificarono luttuosi eventi che culminarono nella detronizzazione e nella cacciata della regina Isabella II. In quella circostanza il P. Francesco si radicò ancora di più nella persuasione che era necessario rimettere in auge il ministero permanente dell’esorcismo, per contrastare l’azione del demonio nella società. Si servì per diffondere la sua idea ancora di El Ermitano come pure per elevare, a più riprese, la sua energica protesta contro la giunta provinciale di Barcellona, perché aveva ordinato la chiusura della residenza di Santa Cruz di Vallcarca. Nel frattempo raccolse in quaderni i casi di ossessi che riteneva di avere liberati dal demonio e li fece pervenire a Pio IX. Nella segreteria papale furono letti, ma si pensò che il P. Palau fosse “o un illuso o un malizioso”. Nel 1870 si recò personalmente a Roma per presentare ai Padri Conciliari di lingua spagnuola il suo proclama riguardo all’esorcistato, ma non ebbe seguito. Lo stesso S. Antonio M. Claret riteneva che di ossessi nel mondo ce ne fosse uno sparuto numero.
Appena il Beato ottenne dalle autorità la licenza di riaprire il complesso di Santa Cruz di Vallcarca, escogitò il sistema di adattare una parte dell’edificio, diretto da suo fratello Giovanni e dal suo discepolo Gabriele Brunet, a ospedale, ma il 28-10-1870 l’autorità civile, sostenuta dal vicario capitolare di Barcellona, fece arrestare il P. Francesco che fungeva da cappellano e viveva in una grotta sotterranea, i dirigenti e 39 ricoverati. Lo stabilimento era di natura strettamente privata, non in contravvenzione con le leggi dello stato. L’autorità ecclesiastica aveva soltanto autorizzato la celebrazione della Messa nell’attigua cappella, e il P. Francesco non faceva altro che pregare in essa per gli ospitalizzati che si ritenevano posseduti dal demonio, leggere loro brani del Vangelo e aspergerli con l’acqua benedetta. Dopo la liberazione dal carcere egli intentò causa contro i suoi persecutori. Di fronte alle storture, il sangue gli saliva alla testa. Il processo si concluse il 9-10-1871 con sentenza pienamente assolutoria da parte del Tribunale di Prima Istanza, confermata in seguito anche dal Tribunale di Appello quando l’interessato stava ormai per morire.
P. Francesco Palau aveva sortito da natura un fisico molto robusto, ma le lunghe dimore nelle grotte, i digiuni pressoché costanti, le prolungate vigilie, le continue incomprensioni delle autorità civili e religiose glielo avevano a poco a poco fiaccato. L’ultimo e più grave colpo alla sua salute egli lo ricevette nel febbraio del 1872 quando, nell’ospedale di Calasanz, assistette con alcune sue discepole gli appestati. Recatesi successivamente a visitare la casa delle Sorelle di Tarragona contrasse la polmonite, che lo portò alla tomba il 20 marzo dello stesso anno. Fino all’ultimo respiro egli aveva dato segno di grande pietà. Il direttore di El Ermitano scrisse di lui: “Con l’ardire dell’apostolo, la chiaroveggenza del profeta e la fortezza del martire, né il carcere, né l’esilio, né le privazioni… furono sufficienti ad abbatterlo e a farlo retrocedere un solo istante dalla via che aveva imboccato fino dal momento in cui si era consacrato al servizio di Dio”. Giovanni Paolo II ne riconobbe l’eroicità delle virtù il 10-11-1986 e lo beatificò il 24-4-1988.
La Chiesa lo ricorda il 20 Marzo, mentre i Carmelitani Scalzi ne fanno memoria il 7 Novembre.