ll Santo del giorno – 27 febbraio – San Gabriele dell’Addolorata

gabrieledelladdolorataSan Gabriele nasce da famiglia aristocratica ad Assisi (Perugia) il 1° marzo 1838. E’ l’undicesimo di tredici figli di Sante Possenti, sindaco della città, e Agnese Frisciotti. Lo battezzano lo stesso giorno con il nome dell’illustre concittadino, Francesco. In casa però sarà sempre chiamato Checchino. Nel 1841 Sante è nominato assessore al tribunale di Spoleto (Perugia), dove si trasferisce con tutta la famiglia. Qui, a meno di 42 anni, muore mamma Agnese. Prima di spirare, vuole vicino a sé Checchino per l’ultimo addio. D’ora in poi sarà papà Sante ad educare i figli, aiutato dalla figlia maggiore Maria Luisa e dalla fidata governante Pacifica. Nel 1844 Checchino inizia le elementari. Nel 1846 riceve la cresima e nel 1851 la prima comunione.
A tredici anni affronta gli studi liceali nel collegio dei gesuiti. E’ intelligente, esuberante, vivace, gli piace studiare, riesce ottimamente soprattutto nelle materie letterarie. Compone poesie in latino, le recite scolastiche lo vedono sempre protagonista. Vince numerosi premi scolastici. Elegante, vivace, spigliato, diventa un punto di attrazione per la sua allegria. Gli piace seguire la moda, veste sempre a puntino. Vuole primeggiare in tutto, “la bella vita non gli dispiace”.

Organizza partite di caccia, partecipa a passeggiate e scampagnate, va volentieri a teatro col padre e le sorelle, va a ballare (in città è anche conosciuto come “il ballerino”), anima le serate nei salotti di Spoleto, legge i romanzi e lo attirano gli autori del tempo, il Manzoni, il Grossi, il Tommaseo. Ma è anche di animo buono, generoso sensibile alle sofferenze dei poveri, ama la preghiera. Sprizza vita da tutti i pori. Niente di strano se qualche ragazza fa sogni su di lui. Lui si presenta sempre più ricercato nei vestiti e sempre più raffinato nelle sale da ballo e nei salotti. E’ un bel ragazzo e ne è consapevole. Alto, snello, moro, viso rotondo fragile, occhi neri vividi, labbra ondulate con finezza sempre in sorriso, capelli castano scuri dal ciuffo ribelle. Checchino della vita è innamoratissimo, ma sul futuro sembra ancora indeciso.
I ripetuti lutti familiari e alcune brutte malattie in cui è incappato gli hanno fatto apparire le gioie umane brevi ed inconsistenti; come l’ultimo dramma, la morte dell’amatissima sorella Maria Luisa, il 17 giugno 1855. Segue un anno tribolato senza riuscire a fare una scelta. Le cose non sono più quelle di prima, l’idea del convento torna con più insistenza. Il 22 agosto 1856, durante la processione, quando l’immagine della Madonna del duomo passa davanti a lui, gli risuonano nel cuore chiare parole: “Francesco, cosa stai a fare nel mondo? Segui la tua vocazione!” . Questa volta non riesce a resistere, è la madre che chiama. Il 6 settembre parte da Spoleto; la sera del 7 è a Loreto; nella santa casa trascorre l’intera giornata dell’8 settembre, festa della Madonna. Il 10 è già a Morrovalle (Macerata) per iniziare il noviziato. Lui, il ballerino elegante, il brillante animatore dei salotti di Spoleto, ha scelto di entrare nell’istituto austero dei passionisti, fondato nel 1720 da San Paolo della Croce con lo scopo di annunciare, attraverso la vita contemplativa e l’apostolato, l’amore di Dio rivelato nella Passione di Cristo.

san gabrieleA 18 anni dunque Francesco volta pagina e cambia anche nome: d’ora in poi si chiamerà Gabriele dell’Addolorata, perché sia chiaro che il passato non esiste più. La scelta della vita religiosa è radicale fin dall’inizio: si butta anima e corpo, da innamorato. Ha trovato finalmente la pace del cuore e la felicità. Non gli fanno certo paura le lunghe ore di preghiera, le penitenze e i digiuni, perché ha trovato quello che cercava: Dio che gli riempie il cuore di gioia. Lo scrive subito al papà: “La mia vita è una continua gioia. La contentezza che io provo è quasi indicibile. Non cambierei un quarto d’ora di questa vita”. Il 22 settembre 1857 emette la professione religiosa. Nel giugno 1858 si trasferisce a Pievetorina (Macerata) per gli studi filosofici sotto la guida di padre Norberto Cassinelli che lo seguirà fino alla morte.
Il 10 luglio 1859 arriva nel conventino dei passionisti a Isola del Gran Sasso (Teramo) per prepararsi al sacerdozio con lo studio della teologia. Il 25 maggio 1861, nella cattedrale di Penne (Pescara), riceve la tonsura e gli ordini minori. A fine 1861 si ammala di tubercolosi; ogni cura risulta vana. Non riesce a diventare sacerdote anche perché difficoltà politiche impediscono nuove ordinazioni. Gabriele si rende conto che non c’è niente da fare. Il viaggio è già finito. Ma non si sconvolge. E’ proprio quello che aveva chiesto qualche anno prima. Quel che conta è solo la volontà di Dio. “Così vuole Dio, così voglio anch’io”, scrive. La mattina del 27 febbraio 1862 “al sorgere del sole” Gabriele saluta tutti, promette di ricordare in paradiso, chiede perdono e preghiere. Poi muore confortato dalla visione della Madonna che invoca per l’ultima volta: “Maria, mamma mia, fa’ presto”.
La sua è ritenuta da tutti la morte di un santo. Tutti ricordano i suoi brevi giorni, all’apparenza comuni. Il quotidiano è stato il suo pane, la semplicità il suo eroismo. Le piccole fragili cose di ogni giorno che diventavano grandi per lo spirito con cui le compiva. Lo ripeteva spesso: “Dio non guarda il quanto ma il come; la nostra perfezione non consiste nel fare le cose straordinarie ma nel fare bene le ordinarie”. Tutti ricordano la sua vita trascorsa all’ombra del Crocifisso e di Maria Addolorata, che è stata la ragione della sua vita.

Il suo direttore, padre Norberto Cassinelli, rivela a tutti il segreto della sua santità: “Gabriele ha lavorato con il cuore”. “Il mio Gabriele, dice padre Norberto, aveva un carattere molto vivace, soave, insinuante e insieme risoluto e generoso. Aveva un cuore sensibilissimo, pieno di affetto, un mondo di fare sommamente attraente, piacevole, naturalmente gentile. Era gioviale e festoso, di parola pronta, arguta, facile, piena di grazia. Di forme avvenenti, era agile e composto in ogni movimento della persona. Aveva occhi tondi, neri, assai vivaci e belli: sembravano due stelle. Riuniva tante doti che difficilmente si possono trovare in una sola persona. Era veramente bello nell’anima e nel corpo”.
E parla di quella volta che, chiamato da Gabriele nella sua cameretta, si sentì chiedere: “Padre, mi dica se nel mio cuore c’è qualcosa che non piace a Dio, perché la voglio strappare”. Due mesi dopo la morte di Gabriele è già pronta la prima biografia sistematica (“Cenni della vita e virtù di Gabriele”), scritta da padre Norberto per Sante Possenti.
Nel 1866 la comunità passionista di Isola è costretta ad abbandonare il conventino ai piedi del Gran Sasso, in forza del decreto di soppressione dei religiosi. I religiosi riparano a Manduria (Taranto). La tomba di Gabriele sembra abbandonata per sempre, ma non è così. Qui si chiude solo la prima fase della storia del giovane passionista.

La seconda fase inizia nel 1892, a trent’anni dalla morte di Gabriele, quando sulla sua tomba accadono i primi strepitosi prodigi. Il 17 e 18 ottobre 1892 si procede alla riesumazione sotto stretta sorveglianza della gente che non vuole sentire parlare di trasferimento delle ossa nel convento della Madonna della Stella, vicino a Spoleto (come era l’ordine dei superiori). La chiesa e i dintorni del convento, con tutte le vie di accesso, sono controllati dal popolo che impedisce così lo spostamento delle ossa. Il postulatore della causa di beatificazione di Gabriele, padre Germano Ruoppolo, telegrafa a Roma per dire che è impossibile trasportare le spoglie altrove. Un fatto imprevisto è subito interpretato come una conferma dall’alto. Durante la ricognizione, una nuvoletta parte “dalla cima occidentale del Gran Sasso” e rovescia una “pioggia fitta” sulla zona. Sono presenti dalle quattro alle settemila persone. In quella stessa giornata si parla di “almeno sette prodigi di rilievo”, anche se il primo miracolo di Gabriele è considerato la guarigione della signorina Maria Mazzarelli, avvenuta il 23 ottobre con enorme risonanza. Così Gabriele resta definitivamente in Abruzzo e da allora ha inizio una catena ininterrotta di prodigi, grazie e miracoli operati per sua intercessione.

Gabriele viene dichiarato beato da san Pio X nel 1908 e in suo onore viene innalzata la prima basilica. Nel 1913 nasce la rivista “L’Eco di san Gabriele”, portavoce del messaggio del santo nel mondo. Gabriele è proclamato santo da Benedetto XV nel 1920. Nel 1926 diventa compatrono della gioventù cattolica italiana e nel 1959 Giovanni XXIII lo dichiara patrono d’Abruzzo. Nel 1970 iniziano i lavori di costruzione del nuovo, grandioso santuario per accogliere la sempre crescente massa di pellegrini.
Nel giugno del 1975 il santo opera uno dei suoi miracoli più strepitosi. Si tratta della guarigione istantanea di Lorella Colangelo, una bambina di Montesilvano (Pescara), che così racconta il prodigio. “Fin dalla prima elementare ho cominciato a sentirmi male. Quando avevo 8 anni, la cosa peggiorò e così i miei genitori mi portarono da vari medici. A 10 anni quasi non potevo più camminare, inciampavo sempre. I medici non riuscivano a capirci molto. Fui ricoverata all’ospedale di Ancona, dove scoprirono che avevo la leucoencefalite, una malattia allora incurabile, che impediva appunto l’uso delle gambe.
Un giorno, eravamo a metà giugno 1975, venne ad Ancona mia zia, per assistermi. Una domenica tutti quelli della mia camerata, compresa la zia, erano andati a messa. Ad un certo punto io vidi una luce intensa, da cui uscì un frate che indossava una tunica nera, un mantello e i sandali ai piedi. Aveva anche uno stemma a forma di cuore. Capii subito che era San Gabriele. Stava davanti a me sorridente, un viso luminosissimo, occhi limpidi e scuri. Con quel sorriso mi disse: “Lorella, vieni da me, ti addormenterai sulla mia tomba e tornerai a camminare”. Mi guardò, sorrise, si voltò e sparì.
Immediatamente non raccontai niente a mia zia. Ma da quel giorno (era il 16 giugno) per una settimana intera ho rivisto San Gabriele in sogno. Mi accadeva sia di giorno che di notte, bastava che mi addormentassi. Lui mi ripeteva sempre la stessa cosa: “Lorella, vieni, ti addormenterai sulla mia tomba e tornerai a camminare”. Ma dal terzo giorno in poi il santo non mi sorrideva più, cominciava ad essere triste. Finché, la quinta volta mi disse: “Lorella, vieni, perché non vieni? Ti addormenterai sulla mia tomba e tornerai a camminare”. L’ultima volta che sognai San Gabriele, aveva il volto triste e mi disse: “Lorella, vieni, prima che scada il tempo”.
Intanto mia madre era tornata ad Ancona e a lei raccontai tutto. Mi credette subito, tanto che andò dal primario a chiedere il permesso di andare a San Gabriele. Il primario disse che non era il caso, viste le mie condizioni di salute. Mia madre insistette e alla fine il primario diede il permesso, ma prima mi fece scrivere su un foglietto quello che mi era accaduto.
Così tornammo a casa a Montesilvano e il 23 giugno ci recammo al santuario di San Gabriele. Arrivati, mia madre chiese ad un frate se poteva mettermi sulla tomba del santo. Il frate acconsentì, io mi addormentai subito e ad un certo punto mi apparve una luce intensa in cui vidi San Gabriele sorridente, con un crocifisso di legno in mano. Mi disse: “Adesso, Lorella, alzati e cammina”. Aprii gli occhi, guardai intorno, vidi tanta gente che prima non c’era. Ero confusa, pensavo che dovessi andare a scuola. Mi alzai come se nulla fosse, scavalcai il piccolo recinto in ferro, mi trovai innanzi mio padre che, appena mi vide, prima restò muto, poi gridò: “Reggetela, perché cade” e si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo. Gli dissi di non preoccuparsi perché non sarei caduta. Quindi andai nella cappella del santo a ringraziarlo”.

     Il 30 giugno 1985 Giovanni Paolo II compie una storica visita al santuario durante la quale, in un messaggio ai giovani, trasmetto dalla Rai in mondovisione, addita il santo come modello per le giovani generazioni. Il Papa inaugura la cripta e la cappella della riconciliazione del nuovo santuario.

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     Il 27 agosto 2000, nel corso del Grande Giubileo, il santuario organizza il primo raduno mondiale dei miracolati e di coloro che portano il nome di Gabriele o Gabriella. Partecipano oltre 20 mila persone, provenienti da tutta Italia e anche dall’estero. Tra di essi ci sono centinaia di miracolati. Alcuni di loro testimoniano la propria esperienza, come Adele Di Rocco, di Bisenti (Teramo), che è guarita dall’epilessia dopo aver sognato San Gabriele. “Nel 1987 mi è apparso per la prima volta in sogno San Gabriele, che mi diceva di smettere con la terapia , ma io avevo paura e non mi sentivo di prendere una decisione del genere; sette anni dopo, durante un pellegrinaggio a piedi al santuario, sognai di nuovo il santo che mi disse: “Basta con la terapia!”. “Quella volta, senza dire nulla a nessuno, misi da parte le medicine e da allora sto benissimo”.

San Gabriele è innanzitutto il santo dei giovani. Sono centinaia di migliaia i giovani che vanno da lui per una sosta di preghiera. Ogni anno, ai primi di marzo, migliaia di studenti delle scuole medie superiori dell’Abruzzo e delle Marche arrivano al santuario per una giornata di spiritualità a “cento giorni dagli esami di maturità”. Nell’ultima settimana di agosto migliaia di giovani da tutta Italia si accampano per quattro giorni al santuario per la Tendopoli-Festa dei giovani.
San Gabriele è il santo dei miracoli, invocato in ogni parte del mondo come potente intercessore presso Dio. In particolare sono molti i malati che sostano in preghiera sulla sua tomba per chiedere la guarigione. San Gabriele continua ad operare numerosi prodigi e sono tanti coloro che raccontano grazie da lui ottenute. Si contano a migliaia gli ex voto portati dai devoti al santuario in segno di riconoscenza. San Gabriele è il santo del sorriso. Seppe vivere sempre con gioia ed entusiasmo la sua esistenza. Né le varie sofferenze della sua vita, né la morte in giovane età riuscirono a spegnere il suo sorriso.
Vanno da lui tutti perché lui piace a tutti. Esprime i valori che oggi andiamo cercando: voglia di vivere, di riuscire, di realizzarci e di essere felici. Piace ai malati perché è stato sempre debole di salute, ma ha amato la vita come pochi altri. Piace agli studenti perché è stato sempre studente, e studiando imparava nuove ragioni per amare la vita. Piace soprattutto ai giovani perché la sua vicenda in fondo non è altro che la storia di un innamoramento: della famiglia, dello studio, del divertimento,d egli amici, del successo. Finché non s’è sentito guardato dalla Madonna che se l’è conquistato rivelandogli il Crocifisso e il dono di sé come risposta totale.