ll Santo del giorno – 5 marzo – Beato Geremia da Valacchia

Beato Geremia da Valacchia

Beato Geremia da ValacchiaHa sempre sognato di raggiungere l’Italia, convinto che nel nostro Paese si trovino i migliori cristiani del mondo. E i genitori – Stoika Kostist e Margherita Barbat, che sono agricoltori e anche benestanti – a 19 anni lo lasciano partire. Arriva a Bari quando ne ha già 22, dopo un lento viaggio e un lungo soggiorno ad Alba Iulia (Romania) come servitore di un medico. Non vi trova quello che si attendeva, e nella Quaresima del 1578 è a Napoli tra i cappuccini, accolto come “fratello laico”, senza ricevere gli Ordini sacri. Lasciato il nome nativo di Ion (Giovanni), diventa fra Geremia da Valacchia. Poi passa per vari conventi dell’Ordine e nel 1584 eccolo di nuovo a Napoli in quello di Sant’Eframio Nuovo, dove resterà fino alla morte.
Nella Napoli sotto il dominio spagnolo, fra Geremia diventa una sorta di patrono della gente più derelitta, servendo intanto la sua comunità nei compiti meno gradevoli; un numero crescente di diseredati fa appello alla sua straordinaria capacità di compatire, proprio nel senso di “soffrire insieme”. Lui fa anche il mendicante, per loro: raccoglie cibo e vestiti, e non si sa bene che cosa mangi, perché la sua razione di pane e verdure sfama sempre qualcun altro. Accompagna tutto questo con lunghe preghiere: ama soprattutto il Pater Noster e la Salve Regina. Quando non va in giro per i poveri, è nelle celle e nelle stanze dei malati: quelli senza speranza, con piaghe ripugnanti, o paralitici, o pazzi. L’effluvio delle sue erbe aromatiche combatte la puzza dei corpi disfatti, le sue braccia sostituiscono quelle bloccate dalla paralisi. Sorride agli insulti dei dementi. Poi gli affidano un religioso, fra Martino, che nessuno avvicina più: troppe piaghe. Ci pensa lui, lavandolo ogni giorno anche dieci volte, finché a sua volta crolla: stanchezza, disgusto; non ne può più, cambia convento.
Ma dopo qualche tempo, rieccolo accanto a fra Martino. Dice che il Signore lo vuole lì; che gliel’ha fatto capire mentre pregava. E lì rimane per quattro anni e mezzo; fino alla morte di Martino, che per molti è un sollievo. Lui piange, invece: “Povero fra Martino, era la ricreazione mia…”. Al convento, ormai, viene a cercarlo anche gente importante. Dotti teologi chiedono consiglio al “fratello laico” analfabeta, la cui parlata è un miscuglio pittoresco, una sorta di italo-rumeno-napoletano.
Quando fra Geremia muore, bisogna chiamare i soldati e poi seppellirlo segretamente, di notte, dopo un assalto popolare al convento per vederlo, toccarlo, tagliare pezzetti del saio, che sarà cambiato sei volte. Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1983. I suoi resti mortali si trovano ora a Napoli, nella chiesa dell’Immacolata Concezione.