Meditazioni mariane: La bellezza di Maria: la sua povertà

1412267992[1]La povertà evangelica va compresa, approfondita, meditata. Essa non è sinonimo di miseria, d’indigenza, di mancanza assoluta di beni materiali, di “cenci” che vagano da una casa all’altra per strappare un gesto di compassione o una manciata di centesimi. La vera povertà non è mai ostentata ma rimane ed è sempre dignitosa. Se parliamo poi di povertà evangelica andiamo oltre un semplice bisogno, varchiamo la soglia delle mancanze materiali per introdurci nel mistero, in una dimensione esistenziale che è segnata dalla precarietà, dalla dipendenza, dal bisogno di Qualcuno più che di “qualcosa”. La povertà che ci insegna Gesù va ascoltata perché fa parte di noi, abita in noi, potremmo dire “siamo noi”. Poveri si nasce, poveri si muore. Anche il bambino più agiato nasce povero perché ha bisogno della mamma, del suo calore, di aggrapparsi al suo seno; anche l’uomo più ricco muore povero perché l’ultimo passaggio lo si affranta da soli, l’ansimare dell’ultimo gemito non può essere delegato, la morte nessuno la può comperare. La povertà è quindi la nostra dimensione, tendiamo la mano perché siamo creature, bussiamo, come mendicanti, perché abbiamo bisogno di un focolare, di ascoltare una parola amica, di affrontare la penombra della sera con un volto amico. La Vergine Santa è povera perché dipende completamente da Dio, sa che c’è perennemente bisogno di un padre e di una madre, rimane interiormente bambina, si lascia condurre da una mano più grande della sua.   E’ la tutta povera perché scevra da ogni ambizione, da uno sguardo altero, da qualsiasi forma di presunzione o alterigia; è semplice, attenta, premurosa, sollecita nel bene, attenta a custodire la Parola e i doni di Dio. La potremmo definire a ragione, e nel senso positivo del termine, “la mendicante di Dio”; infatti Maria è perennemente seduta alla porta del suo Creatore, calza i sandali del pellegrino, si emoziona per un cielo stellato, per il colore di un fiore, per il profumo di una notte. Non sto scivolando nel sentimentalismo, ne tanto meno cerco di rivelare quell’animo poetico che non mi appartiene; sono invece profondamente convinto che Dio si sia innamorato di questa piccola donna rannicchiata alla sua porta, della sua povertà, della sua semplicità. I simili cercano, in fondo, i propri simili; Dio si innamora della povertà di Maria semplicemente perché è un riflesso della sua stessa povertà. Dio è povero perché è orfano della sua creatura, gli manca colui che è stato creato “a sua immagine e somiglianza”. Quando il Figlio di Dio decide di venire al mondo, in casa propria, non si presenta nell’atteggiamento del Padrone, ma del mendicante. « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3, 20).

Per comprendere la povertà di Dio e quella della Vergine Maria dobbiamo contemplare il presepe, assopirci nel tepore di una stalla.

Ci rivela l’evangelista Luca: « … Non c’era posto per loro nell’albergo». Quindi Gesù nasce fuori dalla città, in un rifugio di animali, così come morirà fuori dalle mura sul Golgota. Quante porte chiuse per Dio, per la sua nascita, per la sua missione, per la nostra stessa redenzione. Maria è la prima ad aprire la propria vita al mistero sella nostra salvezza; così l’eterna grandezza di Dio si incarna nella povertà verginale di Maria di Nazareth che diventa per noi autentico modello di vita cristiana.

Vitton Mea don Lucian