Primo giorno. Congresso di Verona, ora si parla davvero di famiglia

Primo giorno. Congresso di Verona, ora si parla davvero di famiglia

Luciano Moia, inviato a Verona venerdì 29 marzo 2019


Tutela e promozione della famiglia non significa negare i diritti ad altre unioni. E nulla più della famiglia esprime il senso dell’accoglienza. Fa discutere la distribuzione di feti in plastica

————————————————————————————————————————————————

In mezzo alle polemiche cominciano a farsi strada i contenuti. A fatica, nella confusione anche organizzativa che ha contrassegnato la prima giornata del Congresso mondiale delle famiglie di Verona, spunta qualche idea che potrebbe anche sembrare originale. Come quella espressa dalla brasiliana Angela Vidal Gandra da Silva Martins, ministro della famiglia e diritti sociali, che ha spiegato l’impegno del suo Paese per costruire politiche che siano davvero a misura di genitori e figli. Nessuna complicazione ideologica, tanta pragmaticità.

“Prima di varare una legge ci chiediamo: farà bene alle famiglie? Ne ostacolerà i compiti? Solo se la risposta è positiva quel provvedimento va avanti”. E ha ribadito che la famiglia dev’essere sintesi di rispetto, reciprocità e solidarietà. Chiedere politiche più adeguate per le famiglie non significa – ha sintetizzato da Silva Martins – negare i diritti a chi riesce, non può o non vuole “far famiglia”. Non va trascurato quel “non riesce”, perché nel mondo occidentale il grande problema, di cui qui stamattina si sono avuti non pochi accenni, sembra proprio questo. Le istituzioni fanno fatica a sostenere i giovani nel loro desiderio di costruire un progetto familiare fondato su radici salde.

Il rifiuto del “per sempre”, tanto evocato dalle analisi sociologiche, non sembra scelta unanime e condivisa. Lo hanno raccontato anche Pavel Unguryan, direttore del forum delle famiglie dell’Ucraina e, soprattutto, Katalin Novak, ministro ungherese per la famiglia secondo cui politiche familiari specifiche e coraggiose vanno sempre di pari passo con la crescita degli indici demografici e con quello del numero dei matrimoni. I dati ricordati stamattina dalla signora Novak lasciano poco spazio al dibattito, l’Ungheria destina il 4,8% del pil alle politiche familiari. Così in dieci anni il numero dei matrimoni è cresciuto del 7% e il rapporto dei figli nati per donna è doppio rispetto agli altri Paesi europei. Certo, la replica è fin troppo facile. Questo impegno nasce da un’attenzione trasparente e reale per la famiglia in quanto risorsa anche morale della società oppure è inquinato da un pensiero sovranista che induce a “programmare” più ungheresi – per dirla con uno slogan – per chiudere gli spazi agli immigrati?

Purtroppo le scelte politiche del premier Orban, come di altri leader sovranisti dell’Est, non inducono a pensieri confortanti. La famiglia non può essere strumento di politiche nazionaliste, né “lasciapassare” per altri obiettivi in cui solidarietà, accoglienza e rispetto non hanno diritto di cittadinanza. Nella stessa prospettiva vanno inquadrate le inevitabili polemiche scoppiate stamattina in apertura del Congresso. Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti sull’aborto, uno degli organizzatori dell’iniziativa, Massimo Gandolfini ha ricordato che si tratta di una piaga terribile, di una ferita permanente nel cuore della società. Chi potrebbe dargli torto? I 6 milioni di bambini abortiti in questi 40 anni, dall’entrata in vigore della legge 40, sono un baratro di sofferenza che non potrà mai essere colmato.

Gandolfini, che è medico e conosce il dramma delle donne costrette loro malgrado all’interruzione di gravidanza, ha però aggiunto che non è obiettivo del Congresso proporre una revisione della legge 194 anche se l’impegno sarà finalizzato a far applicare i primi sei articoli – quelli che prevedono un impegno concreto per la protezione della maternità – che hanno mai trovato attuazione concreta. Peccato che questa posizione di equilibrio e di rispetto si concili a fatica con altri momenti del Congresso, come la scelta di distribuire come gadget un feto di plastica in bustina trasparente con la scritta: “L’aborto ferma un cuore che batte”.

Verissimo, ma che pugnalata inferta alle donne che hanno abortito e che certamente – perché questo accade nel 99% dei casi – hanno vissuto la scelta come dolore atroce, profondissimo, incancellabile. Per mettere in luce la disumanità dell’aborto non servono esempi carichi di altrettanta disumanità. Ben altri accenti quelli impiegati dal vescovo Giuseppe Zenti che nel suo saluto ha ricordato la centralità della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, come valore sociale e come ricchezza nella complessa dinamica delle generazioni. E le unioni omosessuali? Vanno rispettate ma sono “altro” rispetto alla famiglia.

Una distinzione, più volte espressa anche da papa Francesco, che non ha nessun rapporto con l’omofobia. Distinguere non vuol dire negare, meno ancora denigrare. L’ha ribadito anche il governatore Zaia che ha voluto prendere le distanze dalle posizioni più estremistiche attribuite ad alcuni dei relatori presenti a Verona. Tutela e promozione della famiglia non significa negare i diritti ad altri tipi di unione. E nulla più della famiglia esprime il senso dell’accoglienza e del sostegno alla fragilità e alla diversità.