A proposito dell’Isis: La trappola dell’odio

p_1_Thailandia_Bambino_Manuela-Pitteri

In questi ultimi tempi la televisione e i giornali ci mostrano sempre più spesso scene della violenza che viene dagli estremisti dell’Isis (lo stato islamico di Iraq e Siria) che esegue in diretta le sue condanne a morte, che insidia la sicurezza e attacca intere popolazioni, demolisce chiese e moschee, sequestra giovani studenti e scolari d’ambo i sessi.

Una tempesta di violenza che ci lascia sgomenti e che ci interpella. Possiamo forse starcene seduti in poltrona a guardare in silenzio, increduli e atterriti, lo scempio fatto dei nostri simili? Oppure – e sarebbe ancora peggio – fare il callo a tutto questo sangue e a tanta sofferenza pubblicizzata per atterrire il mondo? E d’altra parte, come è possibile vedere queste scene e non sentirsi spinti a odiare a nostra volta, e pensare a progetti di vendetta e di morte?

 Padre Scalfi e la memoria della fede

Ho letto qualche giorno fa una conversazione di p. Romano Scalfi, un prete trentino che nel 1951 lasciò il seminario minore di Trento dove era formatore, per essere missionario in Russia, quando questa era ancora un paese impenetrabile alla religione. Egli parla del Samiszdat, la letteratura clandestina nell’Urss del dopoguerra, che produceva e diffondeva testi cristiani per sostenere la fede dei russi.

Padre Scalfi, che pure diffondeva copie del vangelo a rischio della sua vita, dice che gli appartenenti al Samiszdat non volevano tanto combattere contro il sistema sovietico, quanto salvare la tradizione e la memoria di una Bellezza – quella della fede e della religione – che nemmeno la soffocante propaganda sovietica e il tentativo di annientare l’uomo riuscirono a distruggere.

 Agire controcorrente

Anche l’Isis ha come scopo dichiarato di cancellare un mondo e la sua cultura con una ferocia che ci lascia smarriti. Pensiamo alle chiese distrutte, al patrimonio culturale, storico e artistico delle popolazioni perseguitate e cacciate dalla loro terra e al seguito di morte e distruzione che accompagnano questa operazione.

E noi, spettatori impotenti di questi orrori, rischiamo di sprofondare nella nostra impotenza e lasciarci, pur senza volerlo, contagiare dall’odio provocato dal movimento jihadista. Come possiamo salvarci e come agire controcorrente?

 Salvare la nostra visione

La nostra salvezza sta nel credere nella vita e restare legati alla speranza cristiana, decisi non semplicemente ad agire contro i nemici, ma a salvare la nostra visione del mondo, una visione che è l’opposto di quella dell’Isis.

La nostra azione deve essere positiva, puntare cioè all’educazione della nostra gioventù a stimare la nostra cultura, la bellezza e l’arte, a leggere i nostri scrittori da Dante a Manzoni, a seguire i nostri pensatori, ad ammirare le opere dei nostri artisti.

Reagiremo alla violenza e alla cultura della morte nella misura in cui insegneremo a godere del bello della natura in montagna o al mare, a rimanere incantati davanti a un’alba o un tramonto, e ad ascoltare il suono del vento nel silenzio del bosco.

Salveremo la nostra generazione dalla distruzione e dalla tentazione della violenza se riusciremo a educare i nostri figli a stare volentieri accanto a chi è debole, fragile e malato e a chi muore, a spendersi per il bene anche di una sola persona, mostrando che ogni fratello o sorella ha ai nostri occhi un valore immenso, pagato da Gesù con il suo sangue.​

 Il nostro progetto cristiano di umanità

Noi non siamo in grado di progettare né coalizioni militari né altre alleanze per salvare il mondo dai progetti di morte dell’Isis, ma possiamo resistere e non piegarci alla logica di morte e alle bandiere nere della distruzione e del nulla.

Questo semplice genere di resistenza è alla portata di tutti e tutti possiamo promuovere la pace evitando ogni violenza fisica o verbale e facendo leva su quel desiderio di vita e di felicità con cui veniamo al mondo. Solo allora potremo fare progetti per promuovere la giustizia e la pace.

In questi tempi ripetiamoci le ragioni della nostra speranza e, uniti fermamente a Gesù, come rami che non possono staccarsi dal loro tronco, manteniamo nel cuore quel progetto di umanità che Gesù ha realizzato nella sua vita e che ha affidato a noi come missione per il mondo: “In qualunque casa entriate, prima dite: pace a questa casa” (Lc 10,5).Questa è la missione che egli ci ha lasciato per questo tempo di violenza.