Razza senza nome – La nostalgia di Giobbe

razza senza nome - libro di giobbeLa nostalgia di Giobbe si infrange, come le onde del mare sulla scogliera, contro la dura realtà di un presente privo di luce e in compagnia di un morbo che mangia la carne e lo spirito. Sul letamaio di Giobbe lo spasimo delle piaghe cede il passo al tormento dell’indifferenza e del disprezzo degli adulatori, dei ruffiani di un tempo: “Ora invece ridono di me i più giovani in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge.
Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia!”.
Quando la prosperità e la salute ti voltano le spalle scende la freddezza e l’insensibilità dell’umano consorzio, rimani solo con l’amara radice della solitudine e del distacco. Tra i letamai non c’è spazio per la pietà e i deserti dell’aridità umana diventano devastanti: “Cacciati via dal consorzio umano, a loro si grida dietro come al ladro; sì che dimorano in valli orrende, nelle caverne della terra e nelle rupi. In mezzo alle macchie urlano e sotto i roveti si adunano; razza ignobile, anzi razza senza nome, sono calpestati più della terra”.
E’ facile levarsi il capello quando passa chi gode di considerazione, chi si lava i “piedi nel latte”; una posizione, il prestigio, un “titolo” richiedono l’ossequio e la benevolenza. Bisogna pur sopravvive, certe amicizie possono tornare utili; ma coloro che giacciono ai margini, che vivono “nelle caverne della terra e nelle rupi”, beh, quelli possono tranquillamente diventare pubblico ludibrio, oggetto di scherno e di facili ironie. Così, per Giobbe, oltre al prurito e al lezzo della cancrena, la gogna di coloro che ai tempi della prosperità “si alzavano in piedi” mentre sedeva alle porte della città. Gli immondezzai della sofferenza diventano i dimenticatoi di tutti, la storia non ha pagine da sciupare né inchiostro da versare per coloro che non hanno voce, per chi non produce, per gli accattoni che vagano in lande solitarie.
Il Dio che Giobbe aveva conosciuto, quello della sua giovinezza, dorme, non interviene, è sordo al grido Giobbe.
Ma diciamolo francamente e senza paura di diventare blasfemi: il Dio che Giobbe conosceva, o meglio, che pensava di conoscere, è meglio che continui a dormire; se è un Dio che si siede tra i notabili, tra coloro che godono di considerazione, che hanno una posizione alle porte della città che si assopisca pure tra i fumi degli olocausti e degli incensi. Quello che l’umanità attende è il Dio dello stupore, che irrompe nella storia, che da sempre ci parla di Giobbe, delle vedove, dei claudicanti e degli orfani. Quello che sta per irrompere nel letamaio di Giobbe sarà un turbine impetuoso che farà cadere ogni umana ipocrisia… continua