Riflettendo su alcune tragedie

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Riflettendo su alcune tragedie

Bastano due parole

 Meditazione di don Luciano Vitton Mea

 

In questo ultimo periodo la mia comunità parrocchiale è stata scossa da alcune tragedie che destano turbamento e che non possono essere ignorate. Quando una persona si toglie la vita bisogna avere il coraggio di andare oltre quel gesto definitivo e cercare di comprendere e di capire, di andare oltre un frettoloso giudizio, per cogliere il dramma che ha accompagnato gli ultimi istanti del pellegrinaggio terreno di questi fratelli.

Bisogna comprendere più che giudicare, farci vicini a quell’ultimo istante, più che porci delle domande che non possono avere una risposta esaustiva perché avvolte nel mistero, in quell’attimo che non possiamo cogliere ma che appartiene al dramma interiore di quell’esistenza. Una cosa è certa: ci sono alcuni passaggi della vita umana dove lo smarrimento e la confusione scendono come caligine ad ottenebrare la mente e il cuore.

Usando un ‘immagine” cara a Dante possiamo parlare di una sorta “di selva oscura, aspra e solitaria (selvaggia)”; lo stesso poeta precisa che “non si sa bene” come si entra in questa valle tenebrosa: ci si ritrova e basta. Questi passaggi esistenziali diventano terreno fertile per pensieri “pesanti”, negativi, cattivi perché devastanti e distruttivi. L’io è avvolto dall’oscurità, come in una stanza senza finestre e senza luce, subentra la disperazione e, in alcuni casi, si giunge al “gesto estremo e irreparabile”.

Un gesto grave perché ferisce se stessi e gli altri: i famigliari, gli amici, i conoscenti. Ma anche in questa ferita estrema e lacerante può entrare, come in un pertugio piccolo e angusto, la misericordia di Dio.

Siamo nelle sue mani, direbbe San Giovanni, “siamo suoi”, gli apparteniamo; siamo stati redenti e sanati dal suo sangue. Siamo e rimarremo suoi amici, sempre e comunque. Dio si accontenta di poco: un ripensamento, un pentimento, un’implorazione, seppur nell’ultimo rantolo, e la misericordia arriva, sana, strappa dalle tenebre eterne.

E’ ancora Dante ad illuminarci e donarci speranza. Siamo nel Canto V del Purgatorio e il sommo poeta incontra un’anima il cui corpo era andato disperso e mai più ritrovato. Quest’anima, Buonconte da Montefeltro, spigò a Dante l’ultimo istante della sua esistenza, l’attimo supremo:   “Fuggii a piedi, ferito alla gola. Arrivai fino alla confluenza del fiume Archiano con l’Arno e li crollai. Avevo perso troppo sangue, non ci vedevo più. Con l’ultimo fiato che mi rimaneva, chiesi perdono alla Madonna dicendo “Ave Maria” e furono quelle mie estreme parole a salvarmi. La mia anima fu presa da un angelo del cielo, non dal demone a cui sarebbe spettata fino a un attimo prima”. Un rantolo e due parole, “Ave Maria”, per riscattare una vita, un gesto, un attimo di disperazione. Questa è la nostra speranza, anzi la nostra fede.