Troppo enigmatico l’umano soffrire?

sofferenza«Non lamentarti contro la sofferenza: ascolta piuttosto la sua voce, perché è voce di Dio». Eliu Eliu non si presenta solo come il difensore di Dio ma ha anche l’ambizione di porsi come arbitro tra Dio e Giobbe; il giovane teologo si pone al di sopra di Elifaz, di Bildad e di Zofar: dove hanno fallito loro riuscirà lui. Dotato di buona dialettica, senza troppi giri di parole, Eliu espone la sua tesi: il dolore è uno strumento di Dio, attraverso la sofferenza Egli si rivela all’uomo. Ascoltiamo con attenzione le sue parole: «Perché ti lamenti di lui, se non risponde ad ogni tua parola? Dio parla in un modo o in un altro, ma non si fa attenzione. Parla nel sogno, visione notturna, quando cade il sopore sugli uomini e si addormentano sul loro giaciglio; apre allora l’orecchio degli uomini e con apparizioni li spaventa, per distogliere l’uomo dal male e tenerlo lontano dall’orgoglio, per preservarne l’anima dalla fossa e la sua vita dalla morte violenta. Lo corregge con il dolore nel suo letto e con la tortura continua delle ossa; quando il suo senso ha nausea del pane, il suo appetito del cibo squisito; quando la sua carne si consuma a vista d’occhio e le ossa, che non si vedevano prima, spuntano fuori, quando egli si avvicina alla fossa e la sua vita alla dimora dei morti».
Non ci sono dubbi: per Eliu la sofferenza, anche quella estrema, è un teofania, una rivelazione di Dio. La sofferenza inoltre, secondo Eliu, ha un aspetto pedagogico: Dio se ne serve per correggere, purificare e guidare l’uomo. Il giovane teologo propugna una tesi che ha attraversato tutta la tradizione ebraica prima e quella cristiana poi: il valore salvifico della sofferenza; Dio non libera dal male, ma salva mediate il male.
Il monologo di Eliu non può soddisfare le attese di Giobbe, ne di coloro che abitano nelle case di fango, tra i rifiuti o nei deserti esistenziali; tra i dirupi dell’umana sofferenza non c’è spazio per argomentazioni aride e distanti dall’uomo, per una teologia fine a se stessa e ripiegata nei propri schemi. Se da un lato la sofferenza può avvicinare a Dio, essere l’inizio di un cambiamento radicale di vita, dall’altro può diventare un punto di non ritorno, di un definitivo allontanamento dall’esperienza religiosa e di fede. Troppo enigmatico l’umano soffrire, un processo pedagogico dagli esiti imprevedibili e spesso ingiustificati. Il giusto perché dovrebbe essere corretto?
sofferenza gesùUn bambino con una malformazione congenita perché dovrebbe essere purificato da degli errori che non ha commesso? La sofferenza fine a se stessa non ci rivela Dio ma scivola nel non senso, nella negazione di un Dio buono e appassionato dell’uomo. Le croci senza un Crocefisso sono disumane, non possono diventare strumento di redenzione.
Nel letamaio di Giobbe ci sono solo croci, non c’è ancora il sangue che redime e che salva. Eliu non ci convince: riconosciamo i suoi sforzi ma l’atteggiamento di fondo è troppo lontano da Giobbe, lo tratta come “un caso” da risolvere, un problema di cui discutere. Troppo poco per Giobbe, per i suoi e nostri interrogativi.