Una miope visione di Dio

Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre.

riconoscere dioI due che scendono per la medesima strada dell’uomo senza volto e senza nome incappato nei briganti vanno oltre, non si fermano, non hanno pietà per lo sventurato che giace mezzo morto. Non sono due uomini qualsiasi quelli citati nella parabola ma un sacerdote e un levita che con molta probabilità avevano terminato il loro servizio al tempio. Essi rappresentano il ritualismo giudaico, una religiosità scrupolosa e formale che ingabbia Dio in rigidi schemi, che devitalizza il vero e autentico senso religioso della vita. Entrambi vedono e passano oltre, guardano con gli occhi ma non vedono con il cuore.
Non si fermano perché hanno paura di contaminarsi, di diventare cioè impuri: “Un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto …” (Lv 21,1) La situazione dell’uomo mezzo morto poteva quindi essere facilmente assimilabile a quella di un cadavere.
Il sacerdote e il levita rappresentano una religiosità superata, non più all’altezza delle attese di Dio, alla venuta del suo Regno, al suo progetto di una nuova “creazione”. La purità sacrale crea una barriera, obbliga ad andare oltre, non può contaminarsi con il fango della strada, con chi giace, come Giobbe, sui letamai del mondo. Per Gesù non esistono più luoghi, cibi, oggetti, uomini impuri; l’impurità, nella prospettiva evangelica, non è più una realtà esteriore ma una dimensione interiore, che tocca lo sguardo e le intenzioni degli uomini. Sottolinea con estrema acutezza Luigino Bruni: «La purezza del cuore è esattamente l’opposto dell’antica (e post-moderna) cultura del puro contrapposto all’impuro. Francesco nel suo testamento ci dice che la sua conversione iniziò veramente quando cominciò a frequentare i lebbrosi di Assisi, abbattendo così la cortina di separazione della purezza dall’impurità. La purezza del cuore non scappa dai lebbrosi. Va loro incontro, li cerca, li ama, li abbraccia, li bacia. La prima caratteristica di questa purezza è l’eliminazione del termine impuro dalle parole cattive, e pensare che è proprio ciò che chiamiamo impurità la via dove passa la vita vera».
Il sacerdote e il levita non sono cattivi ma hanno ridotto il rapporto con Dio ad una mera formalità, all’osservanza rigida e meticolosa di tradizioni che hanno sostituito “il cuore” della Rivelazione con una miope visione di Dio e della sua Legge. La rigidità, la mera osservanza, diventano il fondamento di una religiosità atea, priva della “prossimità” di Dio e degli uomini. Quando le norme e i precetti si trasformano in idoli, non si concretizzano in gesti d’amore, la pietà cede il passo all’indifferenza, la divisione tra buoni e cattivi, tra puro e impuro diventa muro, pietra d’inciampo. E si va oltre, si passa accanto all’effige di Dio che giace nel fango senza provare quell’umana compassione che rende la fede vera e credibile. Vivono in noi il sacerdote e il levita, diventano padroni della nostra coscienza e ci rendono perbenisti e bigotti.