Unioni gay? io sono cristiano, io non ci sto!

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Il primo passaggio politico è avvenuto. Il ddl Cirinnà che vuole equiparare le unioni gay al matrimonio, consentendo a due omosessuali anche di accedere a meccanismi di filiazione attraverso l’istituto della “stepchild adoption”, che legittima anche il ricorso all’utero in affitto, è stato adottato dalla commissione Giustizia del Senato come testo base con quattordici voti favorevoli, un’astensione e otto voti contrari.

Si parla, in alcuni ambienti, di un nuova conquista, di un primo passo verso il riscatto dall’’oscurantismo e da un medioevo legislativo che non garantisce i diritti fondamentali della persona umana. Anche l’Italia entrerebbe così nel consenso delle società più avanzate del Nord Europa.

gay-adozioniIn realtà si tratta di un sostanziale impoverimento, di un cambiamento antropologico che da sempre era ancorato sul quel “maschio e femmina li creò” Siamo di fronte ad un effettivo appiattimento che scardina la naturale “incompiutezza” della persona umana, quell’ alterità che è alla basa di una vera ed autentica comunione. Il mio non è un giudizio morale ma una semplice costatazione di natura antropologica. Parliamoci chiaro e con un linguaggio adulto: in uno rapporto omosessuale una parte diventa l’eco struggente di quell’alterità sessuale che si tenta di negare o che si cerca di sublimare. Equiparare le unioni omosessuali al matrimonio eterosessuale è un atto gravemente lesivo di entrambi i rapporti perché ancora una volta, paradossalmente e passi il gioco di parole, si viene a negare una sostanziale diversità. Siamo di fronte ad un infantilismo ideologico che vede in qualsiasi forma di distinguo una venatura d’ingiustizia, che intende l’uguaglianza come l’azzeramento delle diversità. Può un rapporto omosessuale generare? No. Perché allora, in nome di una presunta uguaglianza, due uomini dovrebbero diventare due mamma e due donne due papà?

Oppure uno dei due fa le veci di quello che non è? Perché, aldilà di qualsiasi infantilismo ideologico, una donna non potrà mai essere padre e un uomo essere madre.   Ma per superare questo lieve distinguo si è pensato bene di introdurre un nuovo linguaggio: non si parla più di mamma o di papà ma di genitore1 e genitore2.
Stavolta lasciatemelo dire, per piacere,: che cagata!!!!

(don Luciano Vitton Mea)