Venerdì Santo: il bacio della croce

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Oggi la Chiesa ci invita a un gesto che forse per i gusti mo­derni è un po’ sorpassato: la venerazione e il bacio della croce. Ma è un gesto eccezionale. Il rito prevede che si sveli lentamen­te la croce, tre riprese, esclamando: «Ecco il legno della cro­ce, al quale fu appeso Cristo, Salvatore del mondo». E il popolo risponde: «Venite, adoriamo».

Il motivo di questa triplice ripresa è chiaro. Non si può ad un tratto scoprire la scena del Crocifisso che la Chiesa proclama come la suprema rivelazione di Dio. E quando lentamente si svela la croce, guardando questa scena di sofferenza e di marti­rio con un atteggiamento di adorazione, possiamo in essa rico­noscere il Salvatore. Vedere l’Onnipotente nella scena della de­bolezza, della fragilità, del fallimento, della sconfitta, è il mistero del Venerdì santo al quale noi fedeli accediamo con l’adorazio­ne.

La risposta «Venite, adoriamo» significa muoversi verso di lui e baciare. II bacio di un uomo lo ha consegnato alla morte, ma appena è diventato l’oggetto della nostra violenza l’umanità è stata salvata, ha scoperto il vero volto di Dio, a cui può tornare per vivere, giacché vive solo colui che è con il Signore. Bacian­do Cristo, si baciano tutte le ferite del mondo, tutte le ferite del­l’umanità, quelle ricevute e quelle date, quelle che gli altri ci hanno inciso e quelle che abbiamo inciso noi. Anzi, baciando Cristo, baciamo le nostre ferite, quelle ferite lasciateci dal nostro non essere stati amati.

Ma oggi, sperimentando che uno si è dato nelle nostre mani e che ha assunto su di sé il male del mondo, le nostre ferite sono amate. E in lui noi possiamo amare le nostre ferite trasfigurate. Questo bacio che la Chiesa ci invita a dare oggi è il bacio dello scambio della vita. Cristo sulla croce ha effuso la vita e noi, ba­ciandolo, accogliamo il suo bacio, cioè il suo spirare amore che ci fa respirare, rivivere. Solo all’interno dell’amore di Dio si può partecipare alla sofferenza, alla croce di Cristo che, nello Spirito Santo, ci fa gustare la potenza della risurrezione e il senso sal­vifico del dolore (M.I. RuPNIK, Omelie di Pasqua. Venerdì santo, Roma 1998, 47-53).