Vangelo di oggi

IL VANGELO DEL GIORNO – lunedì 26 GIUGNO

Mt 7,1-15 Togli prima la trave dal tuo occhio.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Parola del Signore

Contemplo

Dio di Abramo, nostro padre nella fede, tu ogni giorno chiami anche noi per nome e ci sospingi lungo strade sconosciute, spesso misteriose e imprevedibili. Donaci un cuore docile e obbediente, perché ci lasciamo guidare dalla tua voce e uscire dalle sicurezze che ci imprigionano, per fidarci unicamente di te che si sei Padre. Lungo il cammino insegnaci ad amare chi ci poni accanto perché è nostro fratello, per giungere insieme nella vera terra promessa.

Commento al Vangelo di oggi

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è “Buono e fa il bene” (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell’altro, desiderando che anch’egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. [….] Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di “avere misericordia” verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia: “Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione” (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di “coloro che sono nel pianto”, cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L’incontro con l’altro e l’aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

   

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