Salmo 28

A te grido, Signore;
non restare in silenzio, mio Dio,
perché, se tu non mi parli,
io sono come chi scende nella fossa.
Ascolta la voce della mia supplica,
quando ti grido aiuto,
quando alzo le mie mani
verso il tuo santo tempio.
Non travolgermi con gli empi,
con quelli che operano il male.
Parlano di pace al loro prossimo,
ma hanno la malizia nel cuore.
Ripagali secondo la loro opera
e la malvagità delle loro azioni.
Secondo le opere delle loro mani,
rendi loro quanto meritano.
Poiché non hanno compreso l’agire del Signore
e le opere delle sue mani,
egli li abbatta e non li rialzi.
Sia benedetto il Signore,
che ha dato ascolto alla voce della mia preghiera;
il Signore è la mia forza e il mio scudo,
ho posto in lui la mia fiducia;
mi ha dato aiuto ed esulta il mio cuore,
con il mio canto gli rendo grazie.
Il Signore è la forza del suo popolo,
rifugio di salvezza del suo consacrato.
Salva il tuo popolo e la tua eredità benedici,
guidali e sostienili per sempre.

Commento al Salmo 28

Salmo28Il Salmo 28 si divide in due parti: la prima è un lamento, una vera supplica, mentre nella seconda il tono cambia e il lamento si trasforma in lode e ringraziamento. Il silenzio di Dio: questa è l’esperienza che il salmista vive, la dura crosta che deve masticare. Un’erba amara che genera sconforto, paura, dolore; che scuote fino alle radici il rapporto con Dio, che apre un baratro profondissimo e tetro: “In un momento di crisi profonda ti innalzo questa preghiera, Signore; ti grido l’angoscia e la rabbia di un cuore tormentato e in rivolta”. Non conosciamo i motivi di questa crisi, di questo grido angoscioso; forse una malattia, una disgrazia oppure una persecuzione: poco importa. E’ lo stesso dramma che hanno vissuto i disabili, gli ebrei o coloro che si opponevano al regime nei campi di concentramento tedeschi durante l’ultima guerra mondiale; il grido che si alza dal letto di un malato terminale o da uno dei tanti manicomi di questo mondo. L’eco del silenzio di Dio riecheggia là dove l’uomo né avverte l’assenza: “perché resti muto e indifferente di fronte al mio interiore tormento e sembri osservare impassibile questo mio concitato agitarmi?” Ma il dramma del salmista non è la sofferenza, il peso della calamità, l’insopportabile cappa della cattiveria e dell’empietà che lo circonda ma l’assenza della sua Parola, un silenzio che non diventa ai suoi occhi momento d’incontro ma una sorta di fossa, una specie di tomba, una Parola come tante altre parole:
“Se anche la tua Parola, Signore, diventa una parola come tante mi sento in balia di me stesso, smarrito nel deserto della vita”.
La solitudine e l’impotenza che soffocano quest’uomo diventano come una buia prigione in cui la fede in Dio e la sua stessa Parola perdono di significato e di forza. Ma all’improvviso tutto cambia e la disperazione si trasforma in un inno di lode. Nella preghiera il Salmista comprende che l’assenza della Parola non significa “assenza di Dio”, che la sua “vicinanza” può essere percepita anche là dove tutto tace. Infatti: “solo l’uomo che sa fare silenzio di fronte al silenzio di Dio può contemplare l’eterna Parola che siede alla destra del Padre”.