Dopo il restauro?

RestauratoreSe la decisione di combattere per conquistare una vera vita spirituale è stata presa, secondo l’invito della prima domenica di Quaresima, noi abbiamo cominciato a restaurare in noi la forma umana. Questo passaggio della vita spirituale e dell’anno liturgico va assai bene marcato per comprendere poi in seguito la filosofia del cristianesimo. Restaurato l’uomo, scopro l’immagine di Dio. Come un’opera d’arte, contaminata dagli arbitri di infedeli ritocchi, o guasta dall’abuso del tempo e della polvere, ripulita con cura e ricondotta, con sacrificio spietato, ma logico, di tutte le apocrife aggiunte, al primitivo disegno dell’artista originario, mi dice il pensiero di quest’artista, e il vero valore, l’autentico significato, la genuina bellezza dell’opera di lui; così l’uomo, purificato dal coraggioso restauro della penitenza e restaurato secondo il concetto esatto che deve informarlo, mi svela la sua faccia, quale Dio la pensò e la volle nel giorno in cui creando l’uomo pose fine alla sua opera creatrice: la faccia dell’uomo appare soffusa d’un’arcana e ineffabile bellezza. Bellezza talmente splendida e viva da doversi dire non sua, ma in lui riflessa, come luce di sole in limpida acqua. Bellezza di Dio. S’era pur detto che questo mondo della preghiera liturgica nasconde ricchissime cose. Ma chi pensa d’incontrare così grande e gaudiosa sorpresa alla seconda tappa del doloroso cammino quaresimale? Eppure è così. D’un lampo, la Bellezza increata ci sfolgora davanti, figurata da volto umano. Avevamo detto che questo secondo periodo liturgico riguarda l’azione trasformatrice di Dio. E d’improvviso la forma filiale a cui tende questa trasformazione ci è palesata, per confortare il cammino ancora lungo e difficile che ci resta da compiere. Sì, noi vedremo tra poco, nella Passione, la deformazione dell’Umanità in Cristo sofferente: Vermis sum et non homo [«sono un verme e non un uomo», Sal21, 7]. E affinché a tanta tentazione non ceda la nostra sicurezza, ci è preventivamente dato il miraggio finale e definitivo del viver nostro, quale la croce lo plasmerà.

Pagina curata da Cristina e Tiziana