Vangelo di oggi

Il Vangelo del giorno – Mercoledì 3 aprile

Vangelo di Luca 24, 13-35

[…]Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».
Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista.
Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento al Vangelo di oggi:

I discepoli di Emmaus sono amareggiati, chiusi nel dolore, storditi: non si accorgono neppure che Gesù li accompagna nel loro cammino.
Molti cristiani sono così: fermi al venerdì santo, devoti alla croce, ma incapaci di accogliere la gioia debordante della Pasqua.
Se la nostra fede si ferma alla croce, siamo degli illusi, se Gesù non è risorto, non è che uno dei tanti personaggi della storia che non è riuscito a cambiare un bel niente. È molto più difficile condividere la sofferenza che la gioia, e Gesù lo sa.
Cleopa e il compagno sono quasi scocciati dallo sconosciuto ospite: non si vede a sufficienza la loro sofferenza? Da dove viene questo straniero? Gesù li ascolta parlare della propria crocifissione; lui è già oltre, altrove.
Non c’è che un modo per uscire dal dolore: non amarlo.
E Gesù lo sa: li scuote, questi discepoli assonnati e stanchi, li schiaffeggia con la Parola, li rimprovera, dov’è la loro fede? Non hanno mai letto le Scritture? No, sono troppo di malumore per ricordarsi delle parole del Rabbì e dei profeti…
La locanda, l’invito a restare: quello straniero ha detto cose sacrosante, il cuore si è scaldato, hanno visto uno spiraglio e lo invitano a cena. E l’ospite si ferma e compie un gesto semplice, banale, visto fare mille volte dal Signore Gesù: spezza il pane e scompare.
E i due capiscono, vedono ciò che l’attaccamento al dolore aveva loro impedito di vedere: Gesù è davvero risorto!

Contemplo:

Siamo chiamati a essere persone-anfore per dare da bere agli altri. A volte l’anfora si trasforma in una pesante croce, ma è proprio sulla Croce dove, trafitto, il Signore si è consegnato a noi come fonte di acqua viva.
Non lasciamoci rubare la speranza!
Come osa annotare nel suo Diario Etty Hillesum, spesso siamo noi stessi a derubarci da soli di ciò che può dare un senso profondo e compiuto alla nostra vita.
Non solo, siamo noi stessi a derubarci da soli della possibilità di fare della nostra vita un carrefour di incontro, di dialogo, di scambio, di reciproco dono. Perché questo avvenga è necessario riconciliarci con il nostro bisogno di essere aiutati, sorretti, sostenuti e dissetati dall’amore e dalla tenerezza degli altri.
Quando avremo fatto della nostra vita un’anfora colmata dalla benevolenza dei nostri fratelli, allora sarà del tutto naturale che trabocchiamo fino a farci canali di grazia, imbuti di speranza, condutture di grazia che — ogni giorno — raccolgono umilmente e ridonano generosamente.
Come la donna samaritana lasceremo al pozzo la nostra « anfora » (Gv 4, 28) perché saremo noi stessi diventati un’anfora di speranza.

Papa Francesco

 

   

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