Inizia la Settimana Santa – Non di Solo Pane n°703

non di solo pane 703

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Tutte le parole di Gesù sono importanti, sono lampada ai nostri passi, devono segnare la nostra esistenza. Ma le ultime parole del Signore, quelle pronunciate sulla croce diventano il suo testamento, si devono incidere indelebilmente nel cuore. In tutti e quattro i Vangeli Gesù è appeso ad una croce ma il suo atteggiamento nell’affrancare l’ora suprema, quella della morte, non è uguale, ci sono delle sfumature che sintetizzano l’agonia di ogni uomo: gli spasimi, il travaglio, la rassegnazione o la pace che rendono la morte un evento unico, mai uguale, irrepetibile e personalissimo. Ecco perché Gesù sembra morire con atteggiamenti diversi che gli Evangelisti raccolgono e trasmetto con puntiglioso rigore: in Gesù ogni morte umana viene ricapitolata e portata a compimento. In Marco e Matteo le ultime parole del Signore sono un grido lacerante che squarcia il velo del tempio “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. È il grido dell’abbandonato, della paura e dell’angoscia che sembrano scivolare nel baratro della disperazione. È un incontro faccia a faccia e a muso duro con la morte nel suo aspetto più drammatico e dilaniante: il distacco dalle cose viste e conosciute da sempre, dai volti incontrati ed amati, dagli affetti più cari. È il grido del bambino che non trova più il papà o lo vede in lontananza velato dalle brume autunnali: “Dove sei papà? Ritorna subito, non lasciarmi solo mentre scende la sera!”.
Personalmente non mi interessa sapere se Gesù abbia recitato per intero il Salmo 22, se il grido dell’abbandonato sia sfociato in quel bellissimo atto di fede con qui termina il Salmo: ”Ecco l’opera del Signore”. Non scalfisce minimamente la divinità del Signore il crogiuolo del dubbio, una qual sorta di smarrimento di fronte all’agonia e ai veli della morte; anzi danno pienezza alla sua umanità, a quell’essersi fatto del tutto simile alla nostra natura umana. Perché in quel grido non scorgiamo l’annientamento definitivo di Dio nel mistero dell’Incarnazione? Perché non pensare che il crocefisso faccia suo lo strazio dei disperati della terra, di chi ha paura di morire, di chi muore solo ed abbandonato perché per tutta la vita non ha masticato altro che la dura scorza dell’”assenza”? La morte dei poveri è comunque dignitosa e il “Figlio dell’uomo” muore con dignità. Dalla cattedra della croce Gesù ci insegna a morire; dice a me che ho paura dell’agonia e della morte, che temo di essere solo ed abbandonata in quell’ora suprema e tremenda che Lui, che per primo a sperimentato all’abbandono, mi farà compagnia e che insieme potremo dire: “Tu non hai disprezzato, né sdegnato l’afflizione del povero ma hai ascoltato il suo grido d’aiuto”.
(Salmo 22).

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briciole di vangelo

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