Le stagioni dell’uomo

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Quattro sono le stagioni dell’uomo. C’è il tempo di imparare e c’è il tempo di insegnare. Viene poi il tempo di andare nel bosco e, infine, c’è il tempo dell’essere mendicanti.

Così la tradizione indù delinea la scansione della vita umana. Essa si apre con la stagione degli inizi in cui si deve imparare dagli altri, con pazienza e umiltà. Così formati, si è pronti per entrare nell’età adulta quando si ha il dovere di testimoniare e di ammaestrare gli altri. Ma giunge anche il momento in cui è necessario pensare a se stessi, ritrovando il silenzio del bosco, la quiete, la riflessione, il distacco dall’esteriorità, dal rumore della città, dall’incubo delle cose, della conquista e del successo. E a questo punto che si è preparati per entrare nell’ultima fase che – contrariamente  a quanto a noi occidentali appare – è considerata dalla sapienza indiana il vertice della pienezza della vita, cioè l’essere mendicanti. E il tempo in cui, cancellato l’orgoglio e il possesso, si diventa poveri, si ritorna bambini, si dipende dagli altri e dalla provvidenza divina. Gesù diceva a Pietro, descrivendogli l’ultima stagione della sua vita: «Quand’eri giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma, quando sarai vecchio, tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Giovanni 21,18). Purtroppo per molti la vita è, invece, solo come la definiva Gino Patroni: «Nacque, piacque, nocque, spiacque, tacque, giacque».