Meditazioni quotidiane: Intervista a Carlo Conti

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Carlo Conti è un perfezio­nista del piccolo schermo, di cui sarebbe orgoglio­sa e fiera mamma Lolette. Rimasta vedova quando il piccolo Carlo aveva solo 18 mesi, l’ha cre sciuto da sola, rimboccandosi le maniche. Un rapporto simbiotico quello dell’artista toscano con la madre, scomparsa undici anni fa, ma di cui il presen­tatore, grazie alla preghiera, sente la presenza costante in ogni momento. Da nemmeno un anno, nel giugno 2012, si è sposato con Francesca Vaccaro. Ha iniziato, così, con sua moglie un nuovo cammino. Una vita insieme che è soprattutto condivisione della quotidianità.

 Percepisce la presenza di Dio nella sua vita?

Spesso ringrazio il Signore per le bel­lezze del Creato. Ho una passione smisurata per i tramonti: soprattutto d’estate, mi incanto a guardare il sole che fa capolino nel mare. Ecco, in quel momento vedo tutta la magni­ficenza di Dio. Un dono, la fede, per il quale devo ringraziare mia madre.

Mamma Lolette l’ha cresciuto da sola. Che rapporto aveva con lei?

Il mio babbo venne a mancare che avevo 18 mesi. A mia madre l’arduo compito di rappresentare entrambe le figure genitoriali. Mi ha educato con sacrifici enormi, insegnandomi i valori basilari dell’onestà e del rispet­to verso il prossimo, oltre a non farmi mai mancare nulla. Per quarant’anni è stato il mio faro e la mia forza. Mi ha seguito in vita e sono sicuro che continua a farlo anche dal cielo.

Come sta andando questo inizio di vita matrimoniale?

Ci ho messo parecchio a decidermi, ma credo di averlo fatto con la persona giusta. Il matrimo­nio, più che una scelta di vita, lo con­sidero un sacramento sul quale porre le basi per una nuova famiglia. Poi se questo nucleo sarà formato da due o più persone… lo deciderà Lui.

Si è voluto sposare nella sua Firenze. Ha luoghi spirituali particolari in quella città?

Sicuramente la pieve romanica di Sant’Andrea a Cercina, dove sono convolato a nozze, ha un valore im­portante. Poi la chiesa che frequen­tavo quando ero bambino, dedicata a San Francesco e Santa Chiara a Montughi gestita dai cappuccini. Lì feci la prima comunione e la cresi­ma. Ero pure un bravo chierichetto…

È devoto a qualche santo in particolare?

Mia madre invocava spesso Santa Rita da Cascia. Ho un rapporto in­tenso con San Francesco, del quale apprezzo la forza e gli insegnamenti. Moniti che fanno parte di una serata che ogni anno ho il piacere e l’onore di condurre su RaiUno dedicata al Santo di Assisi.

 Che aria respira quando si reca nei luoghi francescani?

Sono posti intensi. Ogni anno, il giorno prima della diretta, c’è sem­pre stata la pioggia. Dopo poche ore, però, arriva sempre un arcobaleno fantastico. Sono segni anche questi: non possiamo essere soli.

Si può portare avanti il messaggio francescano in questa società così assordante e urlata?

Nel mio piccolo cerco di applicare i suoi insegnamenti ogni volta che faccio qualcosa. Ad esempio, con una grande onestà professionale, rispetto nei confronti degli altri miei colleghi e valorizzando tutti i concorrenti che partecipano ogni sera a L’eredità, magari raccontando la loro storia e facendoli conoscere al pubblico. C’è chi vince centomila euro e non batte ci­glio, mentre per qualcun altro diecimila sono una gioia immensa, manifesta­ta da una tenera commozione.

 Ha una particolare preghiera a cui è più legato?

No, mi piace parlare con Dio cer­cando di instaurare un dialogo. Im­mancabile il segno della croce prima di andare a dormire

Si definisce un “artigiano dello spettacolo’. Come mai?

Mi piace seguire ogni dettaglio dei miei programmi li e considero la conduzione solo la punta dell’iceberg di un lungo e minuzioso lavoro. La televisione deve guardare al passato e aggiornarsi, oppure deve tagliare i ponti con la tradizione e scegliere di innovarsi? L’uno e l’altro. La tv la paragono ai ristoranti: c’è la trattoria classica, c’è il ristorante che ti propone un nuovo tipo di cucina e c’è quello con la cuci­na tradizionale rivisitata. Il pubblico, adesso, ha una grandissima varietà di scelta. È giusto che esista il pro­gramma innovativo per linguaggio e confezionamento ed è giusto che ci sia quello più tradizionale. Come comunicatore sente la responsabilità personale ogni volta che entra nelle case della gente? Sì, soprattutto sto attento a non tur­bare la sensibilità di nessuno, cercan­do di rispettare il telespettatore, bam­bini e ragazzi in primis.

La tv, a dispetto di quello che si può pensare, è lavoro serio. Quanto hanno contato la gavetta e il sacrificio? Sono sempre stati aspetti fondamen­tali. Prima di arrivare a RaiUno ho lavorato tanto nelle piazze, nelle ra­dio e nelle tv locali. L’importante per una persona che fa questo mestiere è durare nel tempo. E puoi farlo solo se riesci a entrare nel cuore del pubblico.

Pensa di esserci riuscito?

Non si può piacere a tutti, però quan­do la gente mi ferma, mi dà del tu e mi dice che sono diventato di fami­glia perché cenano in compagnia de L’eredità, mi emoziono. Credo siano i più bei complimenti che il pubblico ‘. possa farmi. Se non avesse fatto il conduttore…Sarei stato un buon pescatore. Ho grande rispetto per chi quotidiana­mente lavora in mare.