Mi ami tu?

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“Amore domanda amore” scriveva santa Teresa d’Avila, carmelitana spagnola vissuta nel 1500, prima donna insieme a santa Caterina da Siena ad essere riconosciuta Dottore della Chiesa. La domanda che oggi Gesù rivolge a Pietro (mi ami tu?) non è quindi una domanda a caso, ma una sollecitazione ad approfondire la qualità dell’amore. Un amore che sia vero amore deve essere disposto a percorrere strade inesplorate, irte, difficili da percorrere, ovunque conducano. Un amore che sia vero amore è paziente, dialoga con tutti, ma soprattutto ascolta. Non può reggersi sull’entusiasmo del momento, deve andare fino in fondo, come ha fatto Gesù, amandoci fino alla morte di croce, come hanno fatto tanti santi e testimoni della fede. Giustamente sottolinea S. Kierkegaard:  “L’amore di Cristo per Pietro fu così senza limiti: nell’amare Pietro egli mostrò come si ama l’uomo che si vede. Egli non disse: «Pietro deve cambiare e diventare un altro uomo prima che io possa tornare ad amarlo». No, tutt’al contrario. Egli disse: «Pietro è Pietro e io lo amo; è il mio amore semmai che lo aiuterà a diventare un altro uomo!». Egli non ruppe quindi l’amicizia per riprenderla forse quando Pietro fosse diventato un altro uomo; no, egli conservò intatta la sua amicizia, e fu proprio questo che aiutò Pietro a diventare un altro uomo. Credi tu che, senza questa fedele amicizia di Cristo, Pietro sarebbe stato recuperato? A chi tocca aiutare chi sbaglia se non chi si dice amico, anche quando l’offesa è fatta contro l’amico? L’amore di Cristo era illimitato, come l’amore deve essere quando si deve compiere il precetto di amare amando l’uomo che si vede. L’amore puramente umano è sempre pronto a regolare la sua condotta a seconda che l’amato abbia o non abbia perfezioni; mentre l’amore cristiano si concilia con tutte le imperfezioni e debolezze dell’amato e in tutti i suoi cambiamenti rimane con lui, amando l’uomo che vede. Se non fosse così, Cristo non sarebbe mai riuscito ad amare: infatti, dove avrebbe egli mai trovato l’uomo perfetto?

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(S. KIERKEGAARD, Gli atti dell’amore, Milano 1983, 341-344, passim).

 

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