Riguardo all’Islam

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La strage di Parigi avvenuta nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo ad opera di un commando di terroristi islamici merita una seria analisi, che va ben oltre gli stati d’ animo del momento, quel profondo sentimento di rabbia che ognuno di noi prova di fronte alle stragi o a delle vittime innocenti. La prima considerazione merita poche battute: io non mi sono sentito e non mi sento Charlie Hebdo. Quella del settimanale francese non è satira ma semplice volgarità; la vera satira, unico spazio di libertà tollerata in alcuni contesti che non ci appartengono più, era quella dei giullari nelle coorti medievali o rinascimentali o dei guitti che di villaggio in villaggio si esibivano, per un pugno di fagioli o un pezzo di lardo, in brevi spettacoli dove si prendevano gioco dei vari signorotti o ridicolizzavano il re e i suoi ministri. Disegnare Maometto con gli “attributi maschili in mano” o la Santissima Trinità avviluppata in un’ estasi non certo celestiale non è satira ma volgarità portata alla sua  estrema essenza, trivialità che definirla maleducazione sarebbe mero eufemismo. Se il frutto più maturo dell’illuminismo è Charlie Hebdo preferisco il medioevo che ha generato gli ordini mendicanti e la Divina Commedia.

La seconda questione, ben più seria, riguarda l’Islam e l’interpretazione dei suoi testi sacri.  Che alcuni passi del Corano siano alla base di alcune esperienze integraliste e fanatiche  è di una evidenza lapalissiana:  il Dio invocato dagli attentatori di Parigi infatti non è ragione: è Grande (Allah u Akbar è il grido che precede l’azione), è Vendicativo, è Potente, è blasfemia ritrarlo, è blasfemia irrididerlo. In quando dettato direttamente da Allah, tramite l’Angelo,  al suo profeta il Corano è interpretabile  va semplicemente osservato. La Bibbia può essere interpretata il Corano può essere solo osservato. E’ questo il problema cruciale che poneva un papa, Benedetto XVI, coraggioso e da troppi irriso nella bellissima  LECTIO MAGISTRALIS tenuta all’università di Regensburg: l’incontro tra fede e ragione.  Se da un lato  “una ragione che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture” (indispensabile oggi nell’incontro a volte non spontaneo o comunque non sempre facile in una società come quella europea multiculturale, multietnica e multi religiosa), dall’altro una religione chiusa alla ragione finisce inesorabilmente per scivolare nell’integralismo e nel fanatismo violento. Come sono vere le parole poste sulla bocca del dotto imperatore bizantino  Manuele II Paleologo: “Non agire con il logos è contrario alla natura di Dio”. Il Dio cristiano è Logos, non è irrazionale. Benedetto propone all’Islam l’apertura alla ragione, il sapersi far attraversare dalla ragione. Benedetto cita l’Illuminismo. Già proprio l’Illuminismo che tanta gloria ha dato alla Francia e in nome del quale Benedetto e tutti i Papi potevano essere settimanalmente insultati da Charlie Hebdo. Ma il cristianesimo dall’Illuminismo si è fatto attraversare e del rapporto tra ragione e fede ha fatto il suo punto di forza. Un punto di forza, è bene precisarlo, che era iniziato molto secoli prima  con l’incontro tra spirito greco e spirito cristiano, con la traduzione greca dell’Antico Testamento dai settanta, divenuta in tal senso “una testimonianza testuale a se stante e uno specifico e importante passo della storia della Rivelazione . Il cristianesimo si è fatto attraversare dal razionale, l’Islam no. Il nodo è qui.

Bisogna quindi partire da Regensburg per finire  a Istanbul dove un altro Papa, Francesco, ha invitato i leader islamici ad alzare alta la loro voce contro la violenza islamica, non avendo paura di dire che “a causa di un gruppo estremista e fondamentalista, intere comunità, specialmente – ma non solo – i cristiani e gli yazidi, hanno patito e tuttora soffrono violenze disumane a causa della loro identità etnica e religiosa. Sono stati cacciati con la forza dalle loro case, hanno dovuto abbandonare ogni cosa per salvare la propria vita e non rinnegare la fede. La violenza ha colpito anche edifici sacri, monumenti, simboli religiosi e il patrimonio culturale, quasi a voler cancellare ogni traccia, ogni memoria dell’altro”. Ecco perché dobbiamo essere gelosi delle nostre tradizioni, di quella radice cristiana che è e può diventare il presupposto di una nuova “civiltà dell’amore”