Un vecchio ubriaco
Un povero vecchio ubriaco/ che trascina malcerto i suoi passi,/ goffamente incespica e cade;/ di sangue e di polvere intriso,/ un’oscura bellezza ravviso./ In sembianza d’uccello ferito,/ dalle ali stroncate e pesanti,/ mi rammenta che un angelo vinto/ dal suo cielo nativo scacciato/ è l’uomo, ed il volo ha scordato.
Quante volte ci è accaduto di seguire con curiosità e malinconia l’incedere sconnesso di un barbone ubriaco. In quella figura simboleggia una parabola della stessa natura umana, una raffigurazione del paradiso, del nostro splendore offuscato, della primitiva bellezza angelica impiastricciata di fango. Ma al di là di questa metafora alta e “autobiografica” per ogni creatura umana, vorrei richiamare la bontà e la potenza dello sguardo della poesia e della fede. Entrambe, infatti, sanno sempre intuire – anche dietro i lembi cadenti di un volto e persino nell’abbrutimento e nella miseria – «un’oscura bellezza». Ogni persona ha in sé una stimmata di luce, ha sempre qualche tratto dell’immagine divina su cui fu modellata.

