Parabola del Padre buono – 1° parte

parabola padre buonoUn uomo, una casa, due figli: Dio, il mondo, gli uomini, suoi figli. C’è un grande via vai nella casa del Padre: figli che vanno, restano e ritornano. I due figli della parabola rappresentano tutta l’umanità, rappresentano la mia umanità, la mia esistenza spesso contrassegnata da tante infedeltà, ingratitudini, indifferenze. Tutti noi siamo nello stesso tempo figli minori e figli maggiori; la nostra esistenza è spesso sulla soglia della casa paterna, spesso abbiamo un piede fuori e un piede dentro la divina dimora, in bilico tra il bene e il male, tra la felicità e la dannazione, tra la bellezza della figliolanza e la miseria e l’odore acre dei maiali di cui diventiamo custodi quando ci allontaniamo dalla grazia di Dio. Il figlio minore “Padre dammi la parte di patrimonio che mi spetta…” Il figlio minore chiede la “sua parte”; vuole essere autonomo, gestire in proprio i suoi beni, mettere la mani su quella porzione di patrimonio che presume gli spetti di diritto. Un brandello di pseudo libertà, una pozione di “suo” che vuole gestire lontano dallo sguardo paterno.
Gestire la propria vita da soli, lontani dalla presenza di un Dio che la nostra presunzione ci fa percepire come antagonista, come padrone piuttosto che custode della nostra vita, compagno di viaggio, amico sincero. Tentazione arcaica e sempre nuova. L’uomo padrone di sè stesso, delle proprie risorse, di talenti che in fondo non gli appartengono. “Dammi il mio…”: questo aggettivo possessivo, che altera l’originario “nostro”, mi spaventa, fa nascere dentro di me una folle ebbrezza di protagonismo, preludio di fallimento, di maledizione, di peccato. Quando l’uomo comincia a coniugare “il possessivo” mette i presupposti di voragini incolmabili, di lontananze infinite. Lontano dal padre, lontano dai fratelli dalla sua stessa coscienza.

(don Luciano Vitton Mea)

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