Parabola del padre buono – 2° parte

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“Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.”
parabola padre buonoL’uomo, questo fuggiasco! Da sempre noi uomini siamo in fuga! La prima fuga è iniziata agli albori della nostra storia quando Adamo fuggì dal giardino di Dio, dalla sua identità di custode per mettersi la maschera di padrone, cedendo alla tentazione di “mettersi in proprio”. Da allora solo sudore, polvere e struggente desiderio di una felicità perduta, di un patrimonio sperperato. Da allora siamo in fuga: scappiamo da noi stessi, dalla nostra vera identità, dalla piccole gioie che danno sapore alla quotidianità, da una presenza. Quando l’uomo decide di pensa re in “grande” inizia la sua fuga, un viaggio che conduce ad un paese lontano. Un luogo senza calore, privo di autenticità, viziato dalla presenza dei “surrogati”. Un paese dove tutto è in vendita e tutto si compra: gli amici, gli affetti, gli amori. Ciò che nella casa paterna ci veniva dato per dignità, ciò che nel giardino ci aspettava per diritto, nel paese lontano bisogna comprarlo. E il patrimonio si disperde, presto ci si trova nel bisogno.
Povero uomo, povero me! Avevamo tra le mani il titolo di “figli”, un patrimonio da custodire, una casa, un giardino, degli affetti, un amore… e l’abbiamo sperperato, sciupato, perso. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci.
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Da custodi del patrimonio paterno, del Giardino di Dio, a custodi di porci. Anzi, peggio dei porci: loro hanno le ghiande, chi li custodisce, per noi il vuoto, il niente. Mistero del male, di ogni cattiveria. L’uomo lontano da Dio diventa maschera, respira la vacuità del nulla, diventa brutto, cattivo. Non ci sono ciprie in grado di coprire le rughe della lontananza, in grado di restituire gradevolezza ad un volto abbruttito e contraffatto dall’egoismo. La lontananza da Dio genera cattiveria. Come può un uomo abusare di un bimbo o di una bimba? Come può l’uomo sfruttare il suo simile, godere dell’altrui fallimento, dire male di chi gli sta accanto? Come può un uomo chiudere il proprio cuore a sua madre o a suo padre, abbandonare il suo primo amore, i suoi figli?
Mistero del male, mistero di una lontananza. Lontano dalla casa paterna l’uomo diventa cattivo, tira fuori il peggio di se stesso, coltiva rancori, desideri infausti, conta i soldi, accumula, rinnega. Lontano da Dio l’uomo si perde, rimane solo, impoverisce, invecchia: diventa custode di porci. Mistero del mio male, del mio peccato. Quante volte ho lasciato e lascio la casa paterna alla ricerca di un paese lontano dove cullare le mie manie di protagonismo, alla ricerca di un “mio” che non mi appartiene. Quante volte vivo nel paese delle illusioni, dove rinnego me stesso, la mia dignità, la mia figliolanza.

(don Luciano Vitton Mea)