Abbiamo interesse a credere in Dio?

In partenza, non ne sappiamo nulla. Nessuno sa nulla, il cristia­no non più degli altri. Ciò che invece il cristiano sa — e lo riceve dal­la sua tradizione — è che Dio si interessa di lui. Ma questo interesse di Dio per l’umanità, a prima vista, si presenta come enigmatico: dicono che Dio ci ama, d’accordo, ma cos’è che veramente Dio vuo­le da noi? La risposta non è facile. Ma è indispensabile al credente come ad ogni uomo, perché come interessarsi a Dio se Dio non è degno di interesse? E così i cristiani non si sentono tanto sotto l’in­teresse di Dio quanto piuttosto sotto il suo sguardo: «Dio ti guarda». Dio è il punto di convergenza della loro vita: devono tener conto di Dio, prendere posizione nei suoi riguardi, dialogare con lui. Questa esperienza primordiale decide del resto della loro vita. Colui che mette Dio nel gioco della sua esistenza — che ci crede – accetta di far posto all’altro. È così che la fede costruisce il credente. Il credente è un uomo coinvolto dall’altro, toccato dall’altro. L’Al­tro-Dio mi tocca prima ancora che io lo tocchi. In pole-position non c’è il mio interesse per Dio, ma il suo interesse per me. Ed è nel concreto della vita che si prova se Dio è veramente il mio interesse. Io posso «testare» l’interesse che ho per Dio al banco di prova della mia vita. Cominciamo così a intravedere perché l’esperienza della fede in Dio ci mette alla prova. Il risultato infatti non è garantito né scon­tato. L’interesse che provo per Dio non è immediato: è una vincita su scommessa. Bisogna salpare: la conoscenza di Dio è un’avventura e una responsabilità.

André Lalier in Dio è interessante, pp. 31-32

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