Nel lago del mio cuore

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Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura,/ ché la diritta via era smarrita.    (Inferno I, 1-6)

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 E’ la primavera del 1300, l’anno del primo Giubileo. Dante si trova in una “selva oscura”, cioè avvolto dalle tenebre del vizio, nella notte profonda dell’errore, nella voragine del proprio peccato. Aveva trentacinque anni e avrebbe dovuto essere nel pieno del suo vigore fisico ed intellettuale. Invece  sta male, anzi,  malissimo. Vive una sorte di depressione interiore tipica conseguenza dell’illusione, dei facili piaceri , pegno che bisogna pagare alle passioni che sconvolgono e devastano, come un mare agitato, l’animo umano. Tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti con questa “selva selvaggia, aspra e dura”. Tutti viviamo dei momenti di decadenza spirituale, perdiamo il gusto delle cose semplici e belle, non percepiamo più la presenza di Dio che ci guida e ci accompagna lontano dagli abissi del male, dalla vacuità del peccato che demolisce e distrugge.  Tale oscurità ci assale quasi all’improvviso. Simile al canto delle Sirene, il male ci attrae, ci affascina, ci lusinga.  Ed ecco il baratro, la selva, un labirinto di rovi e di sterpi, la notte scura e fredda.   “ Non so dire come ci fossi entrato. Ero del tutto ottenebrato, quando avevo abbandonato la via della verità” (Libera traduzione in prosa; Inferno I, 10 -12). Nella selva ci si ritrova e basta. Forse il sentiero buio lo si imbocca per debolezza, per delle delusioni; oppure quando si perdono delle persone care o il marchio della sofferenza ci brucia la carne.  Tante volte per semplice negligenza.  Come si esce dagli anfratti tenebrosi del nulla? Alzando gli occhi al cielo. Anche il bosco più fitto è circondato dai monti e il sole sorge sempre, ogni giorno,  sui buoni e sui cattivi.  Se alziamo gli occhi vediamo una vetta illuminata:  “Guardai in alto e vidi la parte più alta del colle , vicino alla cima, già illuminata dal sole. Quella era la strada della virtù, della salvezza: quella luce, in realtà, era la grazia di Dio” (Libera traduzione in prosa; Inferno I, 16-18).  Chi cammina con gli occhi che guardano solo la terra difficilmente supererà le proprie decadenze. Chi ha il coraggio di levare gli occhi al cielo intravede uno spiraglio, un, seppur piccolo, pertugio. E’ l’inizio di un nuovo giorno, di una nuova possibilità. “Quella vista mi tranquillizzò e sentii quietarsi, nel lago del mio cuore, l’angoscia che mi aveva attanagliato per tutta la notte che avevo trascorso nella selva” (Libera traduzione in prosa; Inferno I, 19-21).

 

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