Canto XIII dell’Inferno:Il coraggio di vivere

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« L’animo mio, per disdegnoso gusto, / credendo con morir fuggir disdegno, / ingiusto fece me contra me giusto. » (Dante Alighieri, Inferno  XIII, 70-72)

 Il Canto XIII dell’inferno, quello dei violenti contro se stessi, è anche conosciuto come il canto di Pier della Vigna. Con Dante e Virgilio anche noi ci soffermiamo ad ascoltare la triste sorte di questo personaggio. E’ doveroso e meritevole fare tesoro dell’umana esperienza: ogni vita, ogni volto hanno qualcosa da insegnarci, ogni voce deve riecheggiare negli spazi angusti, ma nello stesso tempo infiniti, della nostra anima. Pier della Vigna era ministro e consigliere di fiducia di Federico II, Sacro Romano Imperatore dal 1220 al 1250. Così il nostro infelice interlocutore descrive il suo rapporto con il grande Federico II: “Potevo aprire e chiudere il suo cuore come e quan­do volevo, e così riuscii ad escludere qualsiasi altro dalle sue confidenze. Ma non ne approfittai mai, fui sempre onesto nello svolgere i miei incarichi. Fu proprio questo a farmi perdere la tranquillità e la vita stessa”. Accusato ingiustamente di essersi arricchito e di congiura, Pier della Vigna perde la fiducia del suo signore; arrestato e accecato decide di togliersi la vita.  E’ sempre lui che ci descrive il suo stato d’animo: “Quella tremenda calunnia mi aveva distrutto: non riuscivo a sopportarla. Così, credendo di sfuggire al disprezzo, ‘compii un’azione ingiusta contro me stesso, che pure ero sempre stato giusto: mi tolsi la vita. Vi giuro che mai, neppure per un momento, venni meno al giuramento di fedeltà verso il mio signore, che fu degno di tanto rispetto. Se uno di voi tornerà mai fra i vivi, lo prego di rivendicare il mio onore, ora distrutto dal colpo infertogli dall’invidia, e di dire a tutti che non ho mai tradito il mio impe­ratore”.  Accecato, distrutto interiormente dalle calunnie, persa ogni fiducia in se stesso, Pier della Vigna sceglie la fuga dalla sua triste realtà  e compie un’azione ingiusta contro se stesso. La più grave perché irreparabile, una strada senza ritorno, l’abisso dove la parte più oscura e inaccessibile dell’animo umano ha il sopravvento. Mi ricordo che un giorno discutevo con due dei miei scout su questo tema. Uno di loro disse: “Ci vuole molto coraggio a buttarsi da un ponte e farla finita”. L’altro rispose: “Non è vero: ci vuole molto più coraggio, in certe situazioni, a continuare a vivere”. Aveva ragione: la vita richiede coraggio, audacia, sacrificio.  Quando Pier della Vigna finisce il suo racconto, Dante si commuove e non ha più il coraggio e la forza di porre altre domande. Il silenzio. Questo dovrebbe esser l’atteggiamento giusto per accostarci all’estremo dramma che sancisce la fine violenta di un’esistenza umana. L’assenza delle nostre parole lascia lo spazio al linguaggio di Dio che solo capisce e comprende il lamento di una sofferenza che soffoca la vita, il dramma umano che spegne in se l’ultimo bagliore, l’ultima fumigante speranza.