Giusti e peccatori.

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“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”».

 

Gesù, nella parabola dei talenti, ci invita ad essere responsabili e garanti dei “beni” che ci sono stati affidati da Dio. Guai nasconderli in una buca o tra le pieghe recondite di un fazzoletto. Sarebbe però riduttivo considerare i talenti come delle particolari “doti” o delle mere capacità intellettuali; sono piuttosto delle opportunità che il Signore ci offre, delle occasioni “di bene” da cogliere e da portare a compimento, delle responsabilità da assumerci nei confronti di un patrimonio che non ci appartiene ma che deve essere amministrato con dovizia e investito secondo le peculiari caratteristiche che ci rendono unici e irripetibili agli occhi di Dio. Solo e semplici servi da un lato, garanti di un capitale incalcolabile dall’altro. Come si moltiplicano, pochi o tanti che siano, i talenti del Regno?

Cercando di scorgere il volto del Padrone in quello di un fratello bisognoso, asciugando una lacrima dalle guancie di chi ha perso una persona cara, stringendo la mano tremolante di quel accattone bistrattato da tutti, fissando con comprensione gli occhi spenti di quel vecchio ubriacone; evitando chiacchiere inutili, consigliando un dubbioso, ammonendo un peccatore. Nella misericordia, in qualsiasi forma di misericordia, i talenti del regno si moltiplicano, il tasso degli interessi aumenta, il tesoro terreno diventa eterno. Come sono vere le parole di un omelia anonima dei primi secoli dell’era cristiana: «Come il denaro, infatti, si moltiplica usandolo, lo stesso avviene per la fede in Cristo: se la si conserva passivamente nel proprio cuore non rimane neppure quella che era, ma diminuisce fino a scomparire. Se invece la si fa lavorare per mezzo della Scrittura, e si fa in modo che venga continuamente risvegliata da predicazioni assidue, da letture meditate e pregate e vivificata da opere buone verso i fratelli specie bisognosi, non solo si moltiplicherà, ma non cesserà mai di crescere per tutta la nostra vita (Omelia anonima sulla parabola dei talenti, in PG 56, 941).»