I pesci rossi

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I pesci rossi nella palla di vetro nuotavano con uno slancio, un gusto di inflessioni del loro corpo sodo, una varietà di accostamento a pinne tese, come se venissero liberi per un grande spazio. Erano prigionieri. Ma si erano portati dietro in prigione l’infinito.

EMILIO CECCHI

 Quei pesciolini si muovono con eleganza anche in questo piccolo spazio, quasi fossero nell’immenso oceano. Sono, in realtà, prigionieri; eppure essi hanno portato con sé il respiro del mare, delle distese infinite, e i loro arabeschi di nuoto sono come la memoria di quella libertà che è rimasta attaccata a loro, anzi, dentro di loro. È facile sciogliere la metafora. Si può essere condannati su una sedia a rotelle, oppure votati a un’esistenza monotona e ristretta, o persino relegati in una cella, ma l’anima può librarsi oltre, nello spazio infinito del cielo, nella cavalcata della fantasia, nel volo verso altri orizzonti che la lettura o il pensiero rende possibile. La reclusione è prima di tutto una questione dello spirito, come lo è la libertà.

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