I veri mali dell’essere umano: tristizia e dolor

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“«Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (v. 17). Ma è proprio la Risurrezione che ci apre alla speranza più grande, perché apre la nostra vita e la vita del mondo al futuro eterno di Dio, alla felicità piena, alla certezza che il male, il peccato, la morte possono essere vinti. E questo porta a vivere con più fiducia le realtà quotidiane, affrontarle con coraggio e con impegno. La Risurrezione di Cristo illumina con una luce nuova queste realtà quotidiane. La Risurrezione di Cristo è la nostra forza!” Con queste parole semplici ma dirette e profonde, papa Francesco nell’udienza di mercoledì 3 Aprile ci ricorda la centralità dell’evento pasquale nella vita del cristiano e dell’intera umanità. In una bellissima meditazione del monaco benedettino Anselm Grun che abbiamo riportato nei giorni  scorsi su “la traccia” ci venivano ricordate “le guardie che custodiscono il morto perché non possa tornare alla vita, mentre il morto risorge alla vita. Sappiamo di avere dentro di noi simili guardiani della morte. Essi fanno in modo che tutto rimanga come prima, che niente muti nei nostri principi”. Chi sono questi guardiani della morte che sigillano il nostro cuore, che proibiscono al Risorto di illuminare le nostre tenebre, che ci fanno vivere come “dormienti” nella palude salmastra di un sepolcro? Smascheriamoli insieme. San Tommaso d’Aquino mette in luce due mali che sigillano il cuore umano, che narcotizzano la vita dello spirito: la tristizia e il dolor. Si tratta di stati d’animo che manifestano tristezza, angoscia, turbamento; sono sigilli terribili perché ci fanno regredire, consumare in noi stessi, fanno marcire il meglio di noi, il bene che Dio ci ha donato. Per Tommaso la persona triste è una persona malata interiormente, condannata a scivolare in una sorte di neghittosità esistenziale. Dante parlando della terribile pena inferta nell’inferno agli accidiosi usa un immagine che ben esprime la tristizia e il dolor. Infatti il sommo poeta condanna questi sventurati a guardare, per l’eternità, il tetro “soffitto” della palude Stigia, una tomba salmastra che agitano con le bolle provocate dal vano suono che viene dalla loro voce. Tutti dobbiamo attraversare, prima o poi, nella nostra vita le acque salmastre della tristezza e del dolore dell’anima. Qui ci attendono i guardiani della morte, coloro che sono incaricati di sigillare il sepolcro; hanno il compito di formare un abisso tra illusione e realtà, tra i nostri sogni di bene e l’oggettività dei nostri fallimenti, tra la felicità piena, la deriva e la vacuità del “vitello d’oro” fabbricato da mani d’uomo. Ma non esiste sepolcro così ermetico da non permettere alla tenue luce della stella del mattino di lambire il sudario che avvolge un’anima avvolta dalle tenebre della morte; è da quella piccola fenditura che il Risorto penetra con la sua potenza per recare un lieto annuncio: «Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui!».

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don Luciano Vitton Mea

 

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